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martedì 1 settembre 2026

Vedere il Suono

COME SI PUÒ VEDERE IL SUONO?


Do.

Re.

Mi.

Fa.

Sol.

La.

Si.


Ogni nota cambia la forma.


Il suono non è un'astrazione.


È una forza.


Un'energia cinetica invisibile.


Capace di scolpire la materia.


Sabbia su una lastra.


Superficie dell'acqua.


Figure di Chladni.


Lì dove la vibrazione è massima, la materia viene respinta.


Si deposita solo nel silenzio.


Allora il suono diventa visibile.


Frequenze basse: figure semplici, primordiali.


Frequenze alte: mandala, frattali, geometria sacra.


L'universo non si limita a cantare.


Si disegna.


Se una semplice nota organizza la materia con tale precisione…


Immaginate il potere delle parole e dei pensieri che fate risuonare in voi ogni giorno.


Tesla:


«Se volete scoprire i segreti dell'universo, pensate in termini di energia, frequenza e vibrazione.»


Una volta che lo vedete, non ascoltate più allo stesso modo.

venerdì 17 luglio 2026

The Doors ritorna il film 35 anni dopo

 


Jimbo contro Jim

‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison?

Il film di Oliver Stone torna per tre giorni nelle sale italiane e con esso tornano le domande che anche i membri del gruppo si facevano nel 1991: un biopic può essere infedele ai fatti, ma fedele al mito?

di: Luca Garrò


‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison?

Van Kilmer/Jim Morrison in ‘The Doors’


Foto: Lucky Red


Ci sono film che, con il passare degli anni, continuano a dividere esattamente come il giorno in cui sono usciti. The Doors di Oliver Stone appartiene a questa categoria. A 35 anni dalla prima distribuzione, il ritorno per tre giorni (oggi, martedì 14 e mercoledì 15 luglio) nelle sale italiane della versione restaurata in 4K offre l’occasione per rimettere al centro una domanda che accompagna il film dal 1991: quanto conta la fedeltà ai fatti quando si racconta un mito?


È una domanda inevitabile, perché pochi biopic musicali hanno suscitato reazioni altrettanto contrastanti, con il pubblico di allora che lo ha trasformato quasi subito in un cult e la critica oggi come ieri fortemente divisa. Nemmeno i Doors, quelli veri, sono mai riusciti a esprimere un giudizio unanime sulla pellicola. Ray Manzarek, per dire, lo detestava: «Oliver Stone ha assassinato Jim Morrison. Il film ritrae Jim come un folle violento e ubriacone. Quello non era Jim. Quando sono uscito dal cinema, ho pensato: “Chi era quel cretino?”. Jim non ha dato fuoco all’armadio di Pam. Non mi ha lanciato contro un televisore. Il suo film studentesco non conteneva immagini tratte da Il trionfo della volontà. Era tutto inventato di sana pianta. E Jim non ha mai abbandonato la scuola di cinema: si è laureato alla UCLA. Nel film, invece, appare solo come un edonista ubriacone. La tragedia è che la fama lo ha consumato. Ma non era questo il messaggio di Jim. Era intelligente. Era affettuoso. Era un uomo buono che credeva nella libertà e nel mettere in discussione l’autorità. Ma guardando questo film, non lo si direbbe mai».


Secondo il tastierista, il regista aveva ridotto Jim Morrison a una caricatura, trasformandolo in un ubriacone autodistruttivo incapace di andare oltre l’alcol, le droghe e gli eccessi. Una lettura che, a suo giudizio, finiva inevitabilmente per impoverire anche tutto ciò che Morrison era stato come poeta, autore e cantante. Per onestà intellettuale va comunque detto che Manzarek aveva il dente avvelenato, perché Stone aveva deciso di utilizzare il memoir di John Densmore invece del suo come spunto per la sceneggiatura, quindi parte del suo astio era dovuto a questioni di ego.

Manzarek aveva ragione, ma soltanto in parte. Perché Morrison aveva davvero un rapporto devastante con l’alcol e con le sostanze e negarlo o edulcorarlo oggi (come nel 1991) avrebbe poco senso. Il punto, piuttosto, è un altro: Stone sceglie deliberatamente di raccontare quella parte della sua personalità come se fosse la chiave attraverso cui interpretare tutto il resto. Il risultato è un Jim quasi sempre sopra le righe, magnetico, autodistruttivo e, va da sé, decisamente sciamanico, destinato però a divorare chiunque gli stia intorno. Più Jimbo che Jim, per semplificare. Una cosa decisamente lontana dal concetto di biografia autorizzata, ma di certo figlia di chi quella rivoluzione l’aveva vista con i propri occhi. John Densmore, con cui ho avuto occasione di parlare più volte nel corso degli anni, ha sempre mostrato molta più apertura nei confronti del lavoro di Stone e il suo cameo nel film lo conferma, mentre Robby Krieger proponeva la sintesi più equilibrata dell’intera vicenda: è un grande film musicale, la prima parte e le scene dei concerti sono eccezionali, ma non racconta davvero quello che è successo.


The Doors è l’opposto di Bohemian Rhapsody. Presentato come un film su Freddie Mercury, ha finito inevitabilmente per diventare il racconto della storia dei Queen. The Doors utilizza la band come scenario dentro cui mettere in scena la figura di Jim Morrison, che occupa ogni centimetro dello schermo. Gli altri esistono, naturalmente, ma restano satelliti che girano attorno a quel sole. È una cosa francamente inevitabile. Del resto, Oliver Stone e Morrison condividevano molto più di quanto possa sembrare. Entrambi avevano frequentato scuole di cinema e, prima ancora di diventare una rockstar, Morrison sognava di dirigere film, sperimentare con le immagini, costruire un linguaggio visivo personale. Va anche detto che, al di là di una marcata visionarietà, i lavori di Morrison erano montati così male e spesso erano talmente astrusi persino per la fine degli anni ’60 che vennero eliminati poco dopo la loro prima e unica proiezione. Rimane tuttavia poetico che il grande film sulla sua vita sia arrivato vent’anni esatti dopo la sua morte, realizzato da un regista cresciuto nello stesso periodo storico in cui Jim aveva immaginato il proprio futuro dietro una macchina da presa.

C’è un punto che praticamente nessuno ha mai messo in discussione ed è l’aspetto più importante di tutti: The Doors resta un film musicale straordinario. Stone gira le esibizioni dal vivo con una potenza che ancora oggi lascia impressionati. Non cerca di imitare i concerti, cosa molto in voga nei biopic attuali, ma costruisce un’esperienza quasi allucinata nella quale musica e immagini finiscono per alimentarsi a vicenda. È probabilmente il film che meglio ha saputo restituire il carattere rituale dei concerti dell’epoca, quel continuo oscillare fra rock, teatro, poesia e provocazione.


Aderente o meno alla realtà, riesce a farci provare la sensazione di pericolo e sballo dionisiaco che raccontano tutti quelli che ne sono stati testimoni. Gran parte del merito è naturalmente di Val Kilmer. Ridurre la sua interpretazione a una semplice imitazione sarebbe quasi offensivo. Kilmer è entrato talmente tanto nella parte da ammettere di aver avuto grosse difficoltà ad abbandonarla una volta terminate le riprese, oltre ad essersi pagato di tasca propria settimane di lezioni per imparare a riprodurre il timbro di Morrison in ogni fase della sua carriera. Ha studiato per mesi ogni registrazione disponibile, ha imparato il repertorio della band fino a cantarlo personalmente durante la preparazione, è arrivato a confondere persino alcuni collaboratori storici dei Doors, incapaci in alcuni casi di distinguere la sua voce da quella originale. Lo stesso Krieger ha ammesso di essersi quasi vergognato quando in un paio di occasioni non è stato in grado di dire se a cantare fosse Kilmer o Morrison.

Ancora oggi la sua rimane una delle interpretazioni più impressionanti mai offerte da un attore in un biopic musicale, tanto da rendere quasi impossibile immaginare qualcun altro in quel ruolo. Certo, i dialoghi talvolta rasentano il ridicolo (difficile immaginare che Jim e Pam parlassero solo attraverso citazioni letterarie coltissime), tutti sembrano sempre più fatti di quello che effettivamente erano e di certo The Doors non ha mai avuto alcuna chance di diventare un film per famiglie come è oggi Michael. Non è tra i migliori film di Stone, ma la scelta di non raccontare in modo lineare quell’avventura, ma di narrarla nel modo in cui il cinema può raccontare un mito, resta coraggiosa e anticonformista.


Stone deforma, amplifica e sceglie alcuni dettagli sacrificandone altri. Fa più o meno ciò che aveva fatto Coppola con Apocalypse Now, trasformando il Vietnam in un viaggio dentro la follia più che in una ricostruzione storica. I due film hanno persino condiviso un destino curioso: entrambi hanno contribuito in maniera decisiva a riportare i Doors nell’immaginario collettivo. Quando nel 1979 Coppola ha scelto The End per aprire il suo viaggio nell’orrore, una nuova generazione ha scoperto improvvisamente quella musica. Dodici anni più tardi Oliver Stone ha completato il lavoro, consegnando Morrison allo status definitivo di icona cinematografica. Senza quei due film è difficile immaginare che i Doors avrebbero mantenuto un’aura così potente anche fra chi non era ancora nato quando la band si è sciolta.


Oggi la situazione, per certi versi, sembra ricordare quella di allora: i Doors continuano ad essere uno dei gruppi più importanti della storia del rock, ma sono molto meno presenti nel dibattito musicale rispetto a qualche decennio fa. La speranza è che questo ritorno in sala serva a replicare quel miracolo e non solo a riaprire l’eterna discussione su quanto Oliver Stone ha tradito la realtà e l’eredità della band e del suo leader.

sabato 9 maggio 2026

LE 9 FREQUENZE SOLFEGGIO!

 1. 174Hz - Sollievo dal dolore, radicamento


2. 285Hz - Riparazione cellulare


3. 396Hz - Liberazione da paura e senso di colpa


4. 417Hz - Eliminazione della negatività


5. 528Hz - Amore - Trasformazione


6. 639Hz - Relazioni - Armonia


7. 741Hz - Chiarezza - Risoluzione dei problemi


8. 852Hz - Coscienza superiore


9. 963Hz - Unità - Unicità


🤍🤍🤍


Ogni frequenza ha un effetto unico sul corpo, sulla mente e sulle emozioni. Prova 


giovedì 13 novembre 2025

Jimi Hendrix - La crisalide del rock

Jimi Hendrix - La crisalide del rock

Una vita vissuta dall'alba al tramonto. Dai trionfi di Monterey e di Woodstock alla solitudine degli ultimi giorni. Jimi Hendrix moriva nel 1970. E insieme a lui svanivano i sogni dell'età dell'Acquario. Ma da allora in poi, l'approccio alla chitarra elettrica non sarebbe stato più lo stesso...

di Claudio Fabretti, Paolo Avico, Lorenzo Fattori

Jimi Hendrix, ovvero la chitarra che fece la storia del rock. Il musicista di Seattle ha completamente e irreversibilmente mutato l'approccio alla chitarra elettrica, per molto tempo lo strumento principe e incontrastato del rock (almeno fino all'avvento del sintetizzatore) e, comunque, quello che più di tutti, fin dagli inizi, ha dato a questo genere quel marchio adrenalinico e un po' selvaggio, quel quid che lo caratterizza da ogni altra espressione musicale. Più del piano di Jerry Lee Lewis o di Richard Pennyman, alias Little Richard (con cui Jimi Hendrix ha suonato come sessionman per un breve periodo, tra l'altro), più dell'icona fantasma di Elvis Presley. Chuck Berry docet. Ve lo immaginate un rock senza chitarra? Sì, certo, il kraut-rock (non sempre), gli Elp, i Nice, i Cop Shoot Cop… ma sono tutte evoluzioni di un genere musicale nato e cresciuto con la chitarra a far da padrona, sono delle "eccezioni" che confermano la regola.

Con il suo strumento, Hendrix ha compiuto una rivoluzione copernicana accostabile, forse, solo alle innovazioni apportate al modo di suonare la sei corde da Charlie Christian, Django Reinhardt, Chuck Berry e, al limite, Robert Johnson. Con Hendrix, il feedback diventa un'arte, non più un fastidioso difetto (forse ne sanno qualcosa Sonic Youth & C.), la distorsione, spinta ai massimi limiti, è potenza e delicatezza al contempo (il suono "duro" che oggi è infiltrato quasi ovunque, soprattutto fra certi gruppi della scena indie, nasce qui), le linee melodiche e armoniche della chitarra elettrica si intrecciano e si fondono con naturalezza e perfezione come mai in precedenza. La valenza catartica dell'atto musicale assume con il chitarrista di Seattle un nuovo e prorompente significato.

Hendrix è un ciclone che attraversa la scena del rock, proprio perché il rock è il genere musicale dove più che in ogni altro contano il suono e l'immagine, la forma, quindi, oltre che i contenuti, come si evidenzierà sempre di più col passare degli anni e con l'avvento dell'elettronica e l'evoluzione dell'iconografia rock.

Hendrix è allo stesso tempo un eccellente chitarrista ritmico e un grande solista - precursore di tanti "guitar hero" della storia del rock - ma quest'ultimo, paradossalmente, è il lato più sterile (anche se il più vistoso) della sua arte. O, meglio: i suoi proseliti hanno male interpretato il messaggio lasciato da Jimi Hendrix, portando al limite dell'attività circense il modo di suonare la chitarra elettrica e tralasciando quasi del tutto la sostanza della sua musica, che va ben oltre l'eseguire assoli in quantità.

La sua vita si concluse tragicamente. Era il 18 settembre 1970: Hendrix fu trovato riverso sul letto di una stanza del Samarkand Hotel di Londra, stroncato da una dose eccessiva di barbiturici. Da allora è stato un susseguirsi di omaggi alla sua memoria, ma anche di insinuazioni sulla sua morte, considerata "misteriosa" come un po' tutte quelle delle rockstar. Intorno al patrimonio di Hendrix si è scatenato un vespaio di beghe legali e di operazioni speculatrici. Come in vita, anche dopo la morte il grande chitarrista nero è stato manipolato da impresari senza scrupoli. Hendrix, infatti, fu uno degli artisti più spremuti dall'industria discografica, che continuò a pubblicare a getto continua ogni sua sorta di esecuzione. Come ad esempio l'imponente The Jimi Hendrix Experience, un box di hit e inediti assemblato dalla Hendrix Foundation (di fatto il padre di Jimi, Al).

Ma al di là del valore dei suoi dischi, il musicista americano segnò la storia del rock inventando un nuovo stile di suonare la chitarra, uno stile vulcanico, che ruppe con la tradizione e aprì nuove frontiere alla sperimentazione sugli strumenti musicali in genere.

Nato il 27 novembre 1942 a Seattle, da un incrocio fra indiani, neri e bianchi, James Marshall Hendrix comincia a suonare la chitarra a undici anni, poco dopo la morte della madre. A 16 abbandona gli studi e comincia a sbarcare il lunario suonando con complessi di rhythm and blues e di rock'n'roll. Dopo aver svolto il servizio militare come paracadutista, a 21 anni inizia una intensa attività da session-man. Diventa il chitarrista di Little Richard, Wilson Pickett, Tina Turner, King Curtis.

Nel 1965 al Greenwich Village forma il suo primo gruppo e firma un contratto e comincia a esibirsi con regolarità. Jimi è già padrone di una tecnica superiore, il blues scorre puro lungo le corde della sua chitarra, ma l'America rapita dal beat è tutta presa dai suoi giovani fenomeni bianchi. La fama del prodigioso chitarrista giunge però alle orecchie di Chas Chandler, ex-Animals, manager a New York in cerca di nuovi talenti. Chandler lo porta con sé a Londra, dove lo introduce nel colorato mondo del flower-power inglese, propiziando l'amicizia con Donovan.

Hendrix conquista l'Europa col blues elettrico, dilaniato e lancinante dei singoli "Hey Joe" e "Purple Haze", cui fanno seguito un paio di tour, nel corso dei quali l'entourage del chitarrista alimenta l'immagine di Hendrix personaggio mefistofelico, dedito alle più estreme esperienze di droga e sesso. Jimi sta al gioco infiammando le platee con un repertorio coreografico che è diventato parte inestricabile del suo mito: la sua Fender Stratocaster è, di volta in volta, la proiezione del suo membro, oppure compagna di torridi amplessi elettrici, suonata coi denti, i gomiti, gli abiti, strofinata contro l'asta del microfono o contro le casse alla ricerca del feedback più corrosivo.

Corre l'anno 1967. Dopo svariate e sfortunate avventure nel suo paese natale, Hendrix, sotto la guida di Chandler, vola verso il Regno Unito, dove gli vengono affiancati due musicisti: il bassista (di ripiego, in realtà il suo strumento è la chitarra) Noel Redding (di recente scomparso) e il batterista Mitch Mitchell. Nasce la Jimi Hendrix Experience, una delle band più importanti della storia del rock. E' proprio il 1967 l'anno del Festival di Monterey, dove un Hendrix semisconosciuto brucia e distrugge per la prima volta la sua chitarra, lasciando tutti allibiti, in primis gli altri chitarristi presenti al raduno (c'erano, fra i tanti, Pete Townshend ed Eric Clapton, considerati all'epoca i numeri uno).

Le canzoni di Are You Experienced? appaiono complete anche se ascoltate con chiavi di lettura diverse, dal lato più squisitamente tecnico a quello più prettamente artistico o d'ispirazione compositiva. Un album che ha avuto un'importanza storica come pochi altri, e ci ha lasciato una manciata di perle che oggi possono essere catalogate come classici del rock, "standard" per dirla col linguaggio del jazz.

Basti menzionare alcuni titoli (con una doverosa precisazione: alcuni di essi sono usciti come singoli, sempre nel 1967, ma riteniamo di considerarli un tutt'uno con l'album in esame, tanto più che essi sono compresi nelle attuali ristampe): "Hey Joe", ovvero come trasformare una banale cover in storia del rock, con quell'intro di chitarra sulla pentatonica di mi (anzi mi bemolle, visto che Hendrix suonava quasi sempre con la chitarra scordata di un semi tono, sia per poter adeguare le sue limitate capacità canore alle canzoni, sia per rendere la chitarra più maneggevole, soprattutto nell'esecuzione dei bending) che ha lasciato un segno indelebile.

"Purple Haze", che inizia con una frase scandita su un intervallo di quarta aumentata (considerato in epoca medioevale niente di meno che l'intervallo del diavolo), prosegue con uno dei riff più celebri di sempre, accompagnato da una batteria marziale ed esplode con un giro tipicamente blues ma arricchito armonicamente dagli accordi usati da Hendrix, che vanno al di là delle semplici settime minori, in particolare dall'accordo di settima minore con la terza diminuita, non a caso diventato celebre nel rock come l'accordo à-la Hendrix; "Stone free", un'altra lezione di grinta e potenza, non si riconosce ormai quasi più l'origine del rock and roll, né si intravede la via pop intrapresa da altri gruppi, Beatles su tutti; "Fire", un brano a mille all'ora, decisamente anticipatore di molti sviluppi della musica rock, con la batteria che quasi duetta con il giro iniziale di chitarra, è un'altra (è il caso di dirlo) pietra miliare.

Ma non sono solo fuoco e fiamme a caratterizzare questo album: "The Wind Cries Mary" è una dolcissima e malinconica ballata elettrica, come se ne vedranno molte in futuro; "May Be This Love" e, soprattutto, "Third Stone From The Sun", mettono in luce senza troppi complimenti la componente psichedelica di Hendrix (quest'ultima fa altresì intravedere una strizzata d'occhio al jazz), che, anche nei dischi successivi avrà una notevole influenza sull'arte di Jimi; "Red House", ovvero, come si suona il blues elettrico senza perdere il pathos tipico di questo genere.

E, ancora: "Manic Depression", con l'incipit su una scala cromatica inframezzata da una pausa (quasi la quiete prima della tempesta) e un tempo in 9/8, una sorta di valzer diabolico, presenta un assolo che lascia trasparire tutta la rabbia esplosiva di Hendrix, uno dei più devastanti dell'album; la celeberrima "Foxy Lady", con una struttura (anche armonica) fin troppo simile a "Purple Haze", uno dei brani più sopravvalutati di Hendrix, che si salva grazie a quel feedback iniziale, ormai entrato nelle orecchie di tutti; Are You Experienced? presenta un altro dei marchi di fabbrica di Hendrix, l'utilizzo della reverse guitar, tecnica di studio che sarà poi utilizzatissima in futuro e della quale il Nostro è stato uno dei primi e, comunque, uno dei migliori, sperimentatori.

Non ci sono brani di serie B o riempitivi in questo album, anche quelli finora non menzionati hanno qualcosa da dire, da "I Don't Live Today" a "Can You See Me", da "Highway Chile" a "Love Or Confusion" e "51st Anniversary", con l'unica eccezione di "Remember", uno dei brani minori dell'intero corpus hendrixiano. Ma non cambia la sostanza: Are You Experienced? è, come già detto, un album seminale, un disco che ha gettato le basi per buona parte del rock fino ai giorni nostri.

Festival di Monterey, 18 giugno 1967: al termine della sua estenuante esibizione (con una versione demoniaca di "Wild Thing"), dopo aver dato fuoco alla chitarra, Hendrix riceve l'ovazione del pubblico adorante. La sua Fender, simbolo fallico, idolo sacrificale, immolata sull'altare del palco al termine dei suoi concerti, con tanto di roghi e distruzioni selvagge, diventa la più potente icona del rock.

Dopo l'uscita di Axis Bold As Love, disco più morbido con tenere ballate come "Little Wing", "Bold As Love" e "Castles Made Of Sand", arriva il terzo album, il doppio Electric Ladyland, dove Hendrix approfondisce sua vena psichedelica e hard-rock, la stessa di "Purple Haze" e "Foxy Lady".

Il disco promette bene sin dalla copertina (censurata nella versione in cd): un insieme di foto, alcune delle quali riportavano dei seni nudi, e furono considerate pornografiche. Si comincia con un brano che cita la musica di Broadway, "And the Gods Made Love", per proseguire con un po’ di blues cantato in falsetto ("Have You Ever Been"); il terzo brano è un selvaggio e velocissimo rock’n’roll, "Crosstown Traffic", del quale durante il tour del disco Hendrix suonò una infernale versione di otto minuti, dopo il quale arriva uno dei grandi capolavori del disco, con il contributo del grande Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith) all’organo e Jack Casady (Jefferson Airplane) al basso: "Voodoo Chile", l’affascinante e famoso blues elettrico di quindici minuti, uno dei primi brani a superare la classica durata delle canzoni, preceduto da "In-A-Gadda-Da-Vida" degli Iron Butterfly.

Finito il lato A, il B comincia con "Little Miss Strange", composta e cantata dal bassista del gruppo, Noel Redding, alla quale segue un’altra canzone con un ospite: "Long Hot Summer Night", dove Al Kooper (Super Session) suona magistralmente il piano; all’inizio, Hendrix non era sicuro dell’ordine di questa canzone e di quella che la segue, "Come On (Let the Good Times Roll)", una cover di Earl King, che comincia con un’attacco inconfondibile a base di energia pura e si scatena in quattro frenetici assoli diversi, di cui uno dura oltre due minuti, nei quattro di durata della canzone (!). Con un ormai famoso attacco di batteria, arriva un altro dei tanti capolavori del disco: "Gypsy Eyes", dedicata alla madre del grande chitarrista, morta quando lui aveva solo undici anni; il lato B si chiude con una delle canzoni più psichedeliche di Hendrix (l’unica in questo disco, insieme a "1983"): "Burning Of the Midnight Lamp".

Il lato C si apre con un colpo di tosse e "Rainy Day, Dream Away", una canzone dal testo leggero ("Giorno piovoso, sogna tutto il giorno"), alla quale hanno contribuito Mike Finnigan all’organo, Freddie Smith e Larry Faucette ai congas, mentre il batterista è Buddy Miles, che lavorerà ancora con Hendrix in "Band Of Gypsies". La canzone ha una seconda parte in "Still Raining, Still Dreaming", sul lato D. Dopo "Rainy Day", Hendrix ci dà un’altra grande prova della sua abilità compositiva, con la canzone forse più bella di tutto il disco, "1983 (A Merman I Should Turn To Be)", uno psichedelicissimo blues (nel quale suona anche il flautista Chris Wood, un altro dei Traffic), che si allunga fino a diventare quasi impercettibilmente "Moon, Turn the Tides".

L’ultimo lato comprende le tre canzoni più celebri del disco; dopo "Still Raining, Still Dreaming", come già detto seconda parte di "Rainy Day", insieme agli stessi collaboratori, con un attacco al fulmicotone parte "House Burning Down", divenuta ormai celebre grazie al suo ritornello ("Look at the sky turn a hell fire red, somebody's house is burnin' down down, down down") e alla sua chiusura, con la chitarra di Hendrix a imitare il crollo della casa (un espediente timbrico che avrebbe poi usato a Woodstock per richiamare i bombardamenti in Vietnam durante la sua versione di "Star Spangled Banner"). Conclusasi questa, ecco un altro capolavoro: "All Along the Watchtower", la bellissima cover del pezzo di Bob Dylan, della quale esiste anche una versione (reperibile in South Saturn Delta) con Dave Mason dei Traffic al basso e Brian Jones dei Rolling Stones alle percussioni. Il disco si chiude con uno dei pezzi più potenti e ad effetto di tutto il repertorio hendrixiano, un’altra testimonianza della sua vena hard-rock, "Voodoo Chile (Slight Return)", con tre assoli intervallati da battute deliranti ("Mi ergo accanto a una montagna e la abbatto con il taglio della mano"), con un celeberrimo ritornello, "Cause I’m a Voodoo Chile, Lord knows I’m a Voodoo Chile". Nel progetto originale, l'album doveva comprendere anche "Tax Free", che venne comunque suonata durante il tour; anch’essa può essere rintracciata su "South Saturn Delta".

Insieme ai concerti al Fillmore East e a Woodstock, e al precedente Are You Experienced?, Electric Ladyland rappresenta l’apogeo della musica di Hendrix e un disco centrale nella storia del rock.

E' l'occasione anche per cogliere meglio il senso delle liriche di Hendrix, sempre inquiete ed equivoche, piene di riferimenti alla morte, alla religione, alla magia e al soprannaturale. "I miei testi nascono spesso dai sogni che faccio - aveva raccontato -. Ad esempio 'Purple Haze' è la ricostruzione di quando ho sognato di camminare sott'acqua". E le ballate blues mettono in luce tutta la compostezza del suo canto, che riesce ad essere insieme limpido e lancinante, calmo e sofferto, acido e caldo.

Già nel 1968, tuttavia, comincia il declino fisico, morale e artistico di Hendrix. L'Experience inizia a sfaldarsi. E lo stesso chitarrista sembra più dedito agli atteggiamenti provocatori che alla musica. In Svezia devasta una camera d'albergo e finisce in manette. L'anno dopo si separa da Chandler e viene arrestato altre due volte. Quindi si trasferisce a New York, dove frequenta le "Black Panther". Ma il palco è ancora il suo regno. Ad agosto, trionfa a Woodstock con una versione dissacrante e sfregiata dell'inno americano ("Star Spangled Banner"), mimando con la chitarra i bombardamenti del Vietnam.

La sua smania di libertà tracima in eccessi continui. "Sono gentile con le persone finché non cominciano a urlarmi intorno - racconta in un'intervista a Melody Maker -. Qualche volta vorrei mandare al diavolo il mondo, ma non è nella mia natura. Quello che odio è la società di oggi, con le sue relazioni di plastica e i suoi compartimenti stagni. Io rifiuto tutto questo. Nessuno mi ingabbierà mai in una scatola di plastica". Ma Jimi comincia a sentirsi stritolare dalla macchina del successo di cui lui stesso è stato un docile ingranaggio. E l'angoscia gli cresce dentro. Come scrive il critico Paolo Galori, l'ultimo Henrix è "un musicista solo e visionario, pronto a volare ancora più in alto, fino a bruciarsi le ali, distrutto dagli eccessi nel disperato tentativo di non replicare se stesso di fronte a chi gli chiede prove della sua divinità". E lui, il suo epitaffio, lo aveva già scritto: "La gente piange se qualcuno muore, ma la persona morta non sta piangendo. Quando morirò voglio che la gente suoni la mia musica, perda il controllo e faccia tutto ciò che vuole".

Dopo aver formato il primo complesso rock di soli neri, la Band of Gypsies, con Buddy Miles alla batteria e Billy Cox al basso, si esibisce nell'agosto 1970 all'Isola di Wight. Un mese dopo, lo ritrovano morto a Londra, vittima di un'overdose di barbiturici. "Prima o poi doveva succedere", commenterà laconico Chandler.

Gli afro-americani, che avevano già perso per morte violenta sia l'"apostolo" Martin Luther King, sia il leader del loro orgoglio Malcom X, perdono anche colui che aveva restituito la paternità nera al rock'n'roll. La morte di Hendrix, seguita 16 giorni dopo da quella di Janis Joplin e nove mesi dopo da quella di Jim Morrison, chiude un'era: quella dei raduni oceanici, della contestazione in musica, della psichedelia senza confini, del rock dell'utopia estrema. Addio sogni hippie, addio età dell'Acquario. I fiori acidi marciscono e si apre un'epoca di spettri, lutti e amarezze.

Gli anni 70 sono già alle porte, nuovi generi e nuove rockstar sono in arrivo, ma l'eco della chitarra distorta di Hendrix continuerà a risuonare in tutta la musica che da lì in poi ascolteremo.

Jimi Hendrix

Discografia

Are You Experienced?

(MCA, 1967)

9 Pietra miliare

Axis: Bold As Love (MCA, 1967)

6 Electric Ladyland

(MCA, 1968)

8 Pietra miliare

Band Of Gypsys (Capitol, 1970)

Consigliato

The Cry Of Love (Reprise, 1971)

Rainbow Bridge (Reprise, 1971)

Isle Of Wight (Polydor, 1971)

Experience (Bulldog, 1971)

More Experience (Bulldog, 1972)

In The West (1972)

War Heroes (Reprise, 1972)

The Film "Jimi Hendrix" (soundtrack, Reprise, 1973)

Loose Ends (Polydor, 1974)

Crash Landing (Reprise, 1975)

Midnight Lightning (Warner, 1975)

Nine To The Universe (Reprise, 1980)

Jimi Plays Monterey (Reprise, 1986)

Band Of Gypsys 2 (1986)

Live At Winterland (Rykodisc, 1987)

Radio One (Rykodisc, 1988)

The Peel Sessions (1988)

Live & Unreleased - The Radio Show (Castle, 1989)

Lifelines (1990)

Live Isle Of Wight (Polydor, 1991)

Stages (Reprise, 1991)

Woodstock (MCA, 1994)

South Saturn Delta (MCA, 1997)

First Rays Of The New Rising Sun (MCA, 1997)

The Best Of Jimi Hendrix (1997)

8 Consigliato

BBC Sessions (MCA, 1998)

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Live At Woodstock (MCA, 1999)

7 The Jimi Hendrix

 Experience (Brilliant, 2000)

Pietra miliare