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lunedì 23 marzo 2026

SENSIBILI

 In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo".

Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi.

Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili.


Nietzsche scriveva mentre l'Europa non aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera.

Nessuno trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto, il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore, diventa uno specchio che nessuno ha chiesto.

Gli specchi scomodi si isolano, si patologizzano, si allontanano.

Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai margini, poiché in anticipo sul proprio tempo.

Tali anime esistono in ogni epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo paga per avere qualcuno che lo veda davvero.



Riflessione sulla Libertà

 La libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel non essere costretti a fare ciò che non si vuole.

Autore: Arthur Schopenhauer


Cari amici e lettori del Blog, riflettiamo insieme su queste parole profonde di Schopenhauer. In un’epoca dominata dal bisogno costante di approvazione, siamo sempre più portati a modellare noi stessi in funzione dello sguardo degli altri, sacrificando lentamente la nostra essenza. 


Il desiderio di piacere a tutti è una delle forme più sottili di prigionia. Ci spinge ad adattarci, a limare gli spigoli della nostra personalità, a dire ciò che è conveniente invece di ciò che è vero. 

Ma a quale prezzo? 

Ogni volta che scegliamo di essere accettati invece che sinceri, perdiamo una parte della nostra integrità interiore.


La verità è che non possiamo essere compresi da tutti, né tantomeno apprezzati da chiunque. E non dovremmo nemmeno desiderarlo. Cercare consenso universale significa rinunciare alla propria identità, diventando ciò che gli altri si aspettano, e non ciò che realmente siamo.

Il coraggio, allora, non sta nel piacere, ma nel restare fedeli a sé stessi. Anche quando questo comporta incomprensioni, distanze o giudizi. Perché la vera libertà non nasce dall’approvazione esterna, ma dalla coerenza tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di essere.


Sui social, questo fenomeno è amplificato: like, commenti e consensi diventano una misura illusoria del nostro valore. Ma la dignità personale non può essere quantificata né delegata. Dipende unicamente dalla nostra coscienza. Impariamo, quindi, a non temere il giudizio altrui. Non è necessario piacere a tutti per avere valore. È necessario, piuttosto, rispettare sé stessi abbastanza da non tradirsi.

In virtù di queste considerazioni, prendiamoci un momento per riflettere carissimi AMICI 

Proviamo TUTTI a ricordare che non siamo nati per piacere, ma per essere veri.

Perché è meglio essere rifiutati per ciò che siamo, che accettati per ciò che non siamo.

l'Unità d'Italia crimine contro l'umanità

 In data 17/3/1861 avveniva l’unità d’Italia, con la camicia rossa di sangue del popolo italiano, voluta dai Rotschild, dai viscidi anglo-franco-sabaudi e dalla giudeo-massoneria, e dalle mafie che aiutarono Garibaldi nei suoi scopi. L’unità d’Italia è il più grande crimine di sempre della storia del nostro Paese. Il Risorgimento è stato finanziato dai Rotschild e voluto dalla massoneria britannica.

Durante l’unità d’Italia si verificarono eventi tragici nel Mezzogiorno, per opera del criminale massone Giuseppe Garibaldi e degli infami sabaudi piemontesi, responsabili di violenze e massacri contro la popolazione del Sud, dove le ricchezze del Regno delle Due Sicilie furono trasferite al Nord Italia insieme a tutti i beni che possedeva il Meridione.

Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e tutti i massoni risorgimentali erano al servizio della giudeo-massoneria e furono finanziati dai Rotschild. Ancora oggi questi grandissimi criminali vengono ricordati come degli eroi che hanno unito l’Italia, ma in realtà non sono eroi, bensì dei grandi delinquenti al servizio del potere giudaico, che hanno dato vita all’ItaGliah, a questo stato coloniale massonico.

martedì 13 gennaio 2026

Combattere la dipendenza da smartphone - Focus.it

 Come combattere la dipendenza da smartphone - Focus.it

Digital Life

Digital detox: è possibile combattere la dipendenza da dispositivi elettronici?

Ti senti fagocitato dal tuo smartphone? Tra scienza e suggestione: ecco i consigli (alcuni persino surreali) per combattere la nostra dipendenza da smartphone.

smartphone - dipendenza

Quante volte iniziamo a scorrere distrattamente il nostro telefonino tra social network, feed di notizie o contenuti suggeriti, convinti di perdere solo pochi minuti, per poi scoprire che è passata mezz'ora, un'ora, o molto di più? È un'esperienza comune, condivisa a ogni latitudine e fascia d'età, per alcuni anche quotidiana, magari la sera prima di prendere sonno (in questo caso si parla di "doomscrolling", attività che peraltro danneggia fortemente il nostro riposo), tanto che internet è ormai pieno di consigli, guide, strategie e piccoli trucchi per ridurre il tempo trascorso davanti allo schermo.


Alcuni sono validi e ben fondati, altri più ingenui, altri ancora sconfinano persino nel surreale. La vera notizia, però, non è tanto l'esistenza del problema, quanto il fatto che la dipendenza da smartphone sia diventata un tema così diffuso da generare una vera e propria "cassetta degli attrezzi" per le soluzioni. Senza accettarle tutte come verità assolute, vale la pena chiedersi quali abbiano un reale fondamento scientifico e quali funzionino solo come suggestioni.


Automatismi digitali. Uno dei motivi principali per cui il tempo scivola via così facilmente è che l'uso dello smartphone è raramente una scelta consapevole. Numerosi studi di psicologia cognitiva mostrano che gran parte delle interazioni avviene in automatico, innescata da stimoli visivi, noia, stress o semplice abitudine. A rendere il meccanismo ancora più efficace è l'algoritmo: piattaforme e app apprendono gusti, interessi e comportamenti, proponendo una sequenza potenzialmente infinita di contenuti personalizzati.


Ricerche pubblicate su riviste come Nature Human Behaviour e Journal of Behavioral Addictions mostrano che questa personalizzazione aumenta il tempo di permanenza proprio perché riduce la necessità di scegliere: ogni nuovo contenuto sembra rilevante, interessante o emotivamente coinvolgente.


Shock da scoperta. Per questo molti esperti suggeriscono di partire dall'osservazione dei propri dati di utilizzo, una pratica associata a maggiore autoconsapevolezza. Capire quando nasce l'impulso a prendere il telefono e quale bisogno si sta cercando di soddisfare non elimina il problema, ma lo "shock" momentaneo può quanto meno far emergere un comportamento che di solito passa inosservato. Allo stesso tempo, la ricerca invita a diffidare delle spiegazioni semplicistiche: attribuire l'uso eccessivo solo a "scarsa disciplina" o a un presunto deficit di attenzione individuale è fuorviante, perché ignora il ruolo centrale dell'architettura digitale e dei meccanismi di rinforzo incorporati nelle piattaforme.


Attrito utile. Se il problema è l'automatismo, alcune soluzioni, supportate dalla ricerca, propongono di non puntare solo sulla forza di volontà, ma di introdurre un vero e proprio elemento di attrito tra impulso e azione.


Studi condotti da università come Duke e Georgetown mostrano che anche piccole barriere possono ridurre in modo significativo l'uso non intenzionale dello smartphone.


Tenere il telefono lontano dalla vista durante il lavoro, lasciarlo in un'altra stanza o riporlo in borsa diminuisce le distrazioni già solo per l'assenza dello stimolo visivo, fenomeno noto come "mere presence effect".


Limiti duri. Altri interventi agiscono direttamente sul dispositivo: disinstallare le app più tentatrici, spegnerlo tra un utilizzo e l'altro o attivare la modalità in scala di grigi, che secondo alcune ricerche riduce l'impatto emotivo dei contenuti. Questi limiti, talvolta definiti "duri" poiché bloccano l'accesso alle app senza possibilità di aggirarli facilmente, sembrano più efficaci dei semplici avvisi temporali, spesso ignorati.


In questo filone rientrano anche soluzioni apparentemente bizzarre, come elastici o blocchi fisici: se funzionano, non funzionano per magia, ma perché costringono a una pausa cognitiva che interrompe l'uso automatico del nostro smartphone. Meno supportati dai dati sono invece approcci drastici spesso celebrati online, come i "digital detox" totali e improvvisi o le astinenze forzate di più giorni: la letteratura suggerisce che, senza un cambiamento strutturale delle abitudini, questi tentativi producono benefici temporanei e un'alta probabilità di recidiva.


Vuoto pieno. Ridurre il tempo sullo schermo, però, non significa semplicemente togliere qualcosa. Senza alternative, il rischio di una ricaduta è dietro l'angolo. Diversi studi pubblicati su riviste di psicologia comportamentale sottolineano che le strategie più efficaci sono quelle che sostituiscono, invece di reprimere.


Attività fisiche, hobby manuali, camminate, lettura o pratiche creative offrono stimoli alternativi capaci di attivare circuiti di gratificazione simili, ma meno intensi e più sostenibili. L'idea è replicare offline ciò che lo scrolling fornisce online: distrazione, ritmo, senso di flusso, evitando approcci più simbolici e poco realistici, come scrivere una "lettera di rottura" al proprio smartphone o scambiarsi temporaneamente il telefono con una persona fidata. Entrambi agiscono sul piano relazionale e identitario, aiutando a ridefinire il ruolo del dispositivo, ma rischiano di essere anacronistici, impraticabili o di scarsa efficacia. Il punto è che non bisogna mai perdere di vista l'obiettivo finale, che non è quello di demonizzare la tecnologia, ma di riportarla sotto controllo. Non occorre, cioè, usare meno il telefono a tutti i costi, bensì usarlo in modo intenzionale, senza lasciare che siano algoritmi e automatismi a decidere come impiegare il nostro tempo.

giovedì 25 dicembre 2025

La psicologia afferma che preferire la solitudine a una vita sociale

La psicologia afferma che preferire la solitudine a una vita sociale costante è un segnale sottile di questi 8 tratti particolari

By Alfonsina Strada , on 23 Dicembre 2025 


Attualità


La psicologia afferma che preferire la solitudine a una vita sociale costante è un segnale sottile di questi 8 tratti particolari

scopri perché la psicologia considera la preferenza per la solitudine rispetto a una vita sociale intensa un segnale di 8 tratti unici e particolari della personalità.

Rompere gli schemi sociali e scegliere il silenzio non è solo una questione di umore. La psicologia lo vede come un termometro di qualità personali rarissime. Fin dall’inizio vale la pena capire perché.


Preferire la solitudine rivela otto tratti che fanno la differenza

Chi gode della propria compagnia mostra spesso autoconsapevolezza, il primo tratto. Capisce al volo quando l’energia cala e stacca la spina senza sensi di colpa. Uno studio tedesco-italiano presentato a Milano nel 2025 collega questa capacità a migliori decisioni alimentari, persino nella scelta di una semplice Margherita.


A sorpresa compare poi la creatività. Ore di silenzio liberano la mente, le sinapsi ballano, nasce la ricetta che nessuno aveva osato. Dal pane alla curcuma alla Weissbier aromatizzata al basilico, le cucine sperimentali ne sono piene.


Terzo elemento? Resilienza emotiva. Stare bene da soli addestra il cervello a gestire picchi di stress senza cercare approvazione esterna. La psichiatra norvegese Skovjord lo definisce “allenamento a circuito chiuso”.


Subentra la curiosità insaziabile. Gli individui solitari leggono, annusano spezie, visitano musei alle 8 di mattina. Non serve compagnia quando il mondo intero fa da guida. Da qui deriva la quinta dote, pensiero profondo, quel modo di scavare un tema finché il nocciolo cede.


Ancora due passi e spunta l’indipendenza. Niente paura del giudizio, niente attese. Questo tratto riduce il rischio di acquisti impulsivi, afferma il rapporto OECD 2025 su finanza personale. Penultimo segnale, la selettività sociale: poche amicizie ma solide come una crosta di pane bavarese. Chiude il cerchio l’autenticità, la capacità di dire “no” senza rompersi.


Benefici nascosti della quiete interiore secondo la ricerca

Il centro MindLab di Berlino monitora da due anni 400 volontari. Chi dedica almeno 90 minuti al giorno alla solitudine mostra battito cardiaco più regolare e picchi di cortisolo ridotti del 18 %. Numeri piccoli? L’OMS ricorda che lo stesso calo corrisponde a tre mesi di yoga intensivo.


Un altro vantaggio riguarda il focus sensoriale. Senza distrazioni sociali, il cervello amplifica gusto e olfatto. Ecco perché certe persone sole descrivono il profumo di un ragù come un romanzo intero.


Coltivare quei tratti senza scivolare nell’isolamento

Gli psicologi parlano di “dose” di solitudine. Va scelta, mai subita. Basta un rituale: chiudere il telefono, mettere un vinile, impastare farina e acqua, dieci minuti e il cervello cambia marcia.


Importante però mantenere ponti sociali. Un caffè settimanale con un vecchio amico tiene viva la rete neuronale legata all’empatia. La solitudine rimane positiva finché esiste una porta aperta, anche piccola.


Le app di micro-volontariato nate nel 2025 offrono due ore di compagnia a chi teme di cadere nel vuoto. Così si salvano i benefici senza scivolare nel lato oscuro tracciato da Cacioppo: ipervigilanza, bias cognitivi, circolo vizioso.


Quando la solitudine diventa un campanello d’allarme

Se compaiono insonnia, desiderio nullo di attività prima amate o consumo eccessivo di alcol, il segnale non va ignorato. Psicologi di Toronto indicano 30 giorni come soglia oltre cui il ritiro può lesionare l’autoregolazione.


Un aneddoto reale: durante il lockdown locale di Monaco nel 2024, un gruppo di pasticceri solitari condivise ricette via radio amatoriale. Quel filo di voce bastò a evitare crolli di umore documentati in diari clinici.


In sintesi, la scelta di stare soli non celebra l’isolamento ma esalta otto qualità che oggi servono più del Wi-Fi. Curarle con attenzione, assaporarle come birra ben tirata, fa la differenza tra silenzio che nutre e silenzio che graffia.



Alfonsina Strada

A 38 anni, sono una geek dichiarata e appassionata. Il mio universo ruota attorno ai fumetti, alleAttualità

La psicologia afferma che preferire la solitudine a una vita sociale costante è un segnale sottile di questi 8 tratti particolari

By Alfonsina Strada , on 23 Dicembre 2025 à 22:41 - 3 minutes to read

Attualità

La psicologia afferma che preferire la solitudine a una vita sociale costante è un segnale sottile di questi 8 tratti particolari

scopri perché la psicologia considera la preferenza per la solitudine rispetto a una vita sociale intensa un segnale di 8 tratti unici e particolari della personalità.

Rompere gli schemi sociali e scegliere il silenzio non è solo una questione di umore. La psicologia lo vede come un termometro di qualità personali rarissime. Fin dall’inizio vale la pena capire perché.


Preferire la solitudine rivela otto tratti che fanno la differenza

Chi gode della propria compagnia mostra spesso autoconsapevolezza, il primo tratto. Capisce al volo quando l’energia cala e stacca la spina senza sensi di colpa. Uno studio tedesco-italiano presentato a Milano nel 2025 collega questa capacità a migliori decisioni alimentari, persino nella scelta di una semplice Margherita.


A sorpresa compare poi la creatività. Ore di silenzio liberano la mente, le sinapsi ballano, nasce la ricetta che nessuno aveva osato. Dal pane alla curcuma alla Weissbier aromatizzata al basilico, le cucine sperimentali ne sono piene.


Terzo elemento? Resilienza emotiva. Stare bene da soli addestra il cervello a gestire picchi di stress senza cercare approvazione esterna. La psichiatra norvegese Skovjord lo definisce “allenamento a circuito chiuso”.


Subentra la curiosità insaziabile. Gli individui solitari leggono, annusano spezie, visitano musei alle 8 di mattina. Non serve compagnia quando il mondo intero fa da guida. Da qui deriva la quinta dote, pensiero profondo, quel modo di scavare un tema finché il nocciolo cede.


Ancora due passi e spunta l’indipendenza. Niente paura del giudizio, niente attese. Questo tratto riduce il rischio di acquisti impulsivi, afferma il rapporto OECD 2025 su finanza personale. Penultimo segnale, la selettività sociale: poche amicizie ma solide come una crosta di pane bavarese. Chiude il cerchio l’autenticità, la capacità di dire “no” senza rompersi.


Benefici nascosti della quiete interiore secondo la ricerca

Il centro MindLab di Berlino monitora da due anni 400 volontari. Chi dedica almeno 90 minuti al giorno alla solitudine mostra battito cardiaco più regolare e picchi di cortisolo ridotti del 18 %. Numeri piccoli? L’OMS ricorda che lo stesso calo corrisponde a tre mesi di yoga intensivo.


Un altro vantaggio riguarda il focus sensoriale. Senza distrazioni sociali, il cervello amplifica gusto e olfatto. Ecco perché certe persone sole descrivono il profumo di un ragù come un romanzo intero.


Coltivare quei tratti senza scivolare nell’isolamento

Gli psicologi parlano di “dose” di solitudine. Va scelta, mai subita. Basta un rituale: chiudere il telefono, mettere un vinile, impastare farina e acqua, dieci minuti e il cervello cambia marcia.


Importante però mantenere ponti sociali. Un caffè settimanale con un vecchio amico tiene viva la rete neuronale legata all’empatia. La solitudine rimane positiva finché esiste una porta aperta, anche piccola.


Le app di micro-volontariato nate nel 2025 offrono due ore di compagnia a chi teme di cadere nel vuoto. Così si salvano i benefici senza scivolare nel lato oscuro tracciato da Cacioppo: ipervigilanza, bias cognitivi, circolo vizioso.


Quando la solitudine diventa un campanello d’allarme

Se compaiono insonnia, desiderio nullo di attività prima amate o consumo eccessivo di alcol, il segnale non va ignorato. Psicologi di Toronto indicano 30 giorni come soglia oltre cui il ritiro può lesionare l’autoregolazione.


Un aneddoto reale: durante il lockdown locale di Monaco nel 2024, un gruppo di pasticceri solitari condivise ricette via radio amatoriale. Quel filo di voce bastò a evitare crolli di umore documentati in diari clinici.


In sintesi, la scelta di stare soli non celebra l’isolamento ma esalta otto qualità che oggi servono più del Wi-Fi. Curarle con attenzione, assaporarle come birra ben tirata, fa la differenza tra silenzio che nutre e silenzio che graffia.

Alfonsina Strada

giovedì 13 novembre 2025

Jimi Hendrix - La crisalide del rock

Jimi Hendrix - La crisalide del rock

Una vita vissuta dall'alba al tramonto. Dai trionfi di Monterey e di Woodstock alla solitudine degli ultimi giorni. Jimi Hendrix moriva nel 1970. E insieme a lui svanivano i sogni dell'età dell'Acquario. Ma da allora in poi, l'approccio alla chitarra elettrica non sarebbe stato più lo stesso...

di Claudio Fabretti, Paolo Avico, Lorenzo Fattori

Jimi Hendrix, ovvero la chitarra che fece la storia del rock. Il musicista di Seattle ha completamente e irreversibilmente mutato l'approccio alla chitarra elettrica, per molto tempo lo strumento principe e incontrastato del rock (almeno fino all'avvento del sintetizzatore) e, comunque, quello che più di tutti, fin dagli inizi, ha dato a questo genere quel marchio adrenalinico e un po' selvaggio, quel quid che lo caratterizza da ogni altra espressione musicale. Più del piano di Jerry Lee Lewis o di Richard Pennyman, alias Little Richard (con cui Jimi Hendrix ha suonato come sessionman per un breve periodo, tra l'altro), più dell'icona fantasma di Elvis Presley. Chuck Berry docet. Ve lo immaginate un rock senza chitarra? Sì, certo, il kraut-rock (non sempre), gli Elp, i Nice, i Cop Shoot Cop… ma sono tutte evoluzioni di un genere musicale nato e cresciuto con la chitarra a far da padrona, sono delle "eccezioni" che confermano la regola.

Con il suo strumento, Hendrix ha compiuto una rivoluzione copernicana accostabile, forse, solo alle innovazioni apportate al modo di suonare la sei corde da Charlie Christian, Django Reinhardt, Chuck Berry e, al limite, Robert Johnson. Con Hendrix, il feedback diventa un'arte, non più un fastidioso difetto (forse ne sanno qualcosa Sonic Youth & C.), la distorsione, spinta ai massimi limiti, è potenza e delicatezza al contempo (il suono "duro" che oggi è infiltrato quasi ovunque, soprattutto fra certi gruppi della scena indie, nasce qui), le linee melodiche e armoniche della chitarra elettrica si intrecciano e si fondono con naturalezza e perfezione come mai in precedenza. La valenza catartica dell'atto musicale assume con il chitarrista di Seattle un nuovo e prorompente significato.

Hendrix è un ciclone che attraversa la scena del rock, proprio perché il rock è il genere musicale dove più che in ogni altro contano il suono e l'immagine, la forma, quindi, oltre che i contenuti, come si evidenzierà sempre di più col passare degli anni e con l'avvento dell'elettronica e l'evoluzione dell'iconografia rock.

Hendrix è allo stesso tempo un eccellente chitarrista ritmico e un grande solista - precursore di tanti "guitar hero" della storia del rock - ma quest'ultimo, paradossalmente, è il lato più sterile (anche se il più vistoso) della sua arte. O, meglio: i suoi proseliti hanno male interpretato il messaggio lasciato da Jimi Hendrix, portando al limite dell'attività circense il modo di suonare la chitarra elettrica e tralasciando quasi del tutto la sostanza della sua musica, che va ben oltre l'eseguire assoli in quantità.

La sua vita si concluse tragicamente. Era il 18 settembre 1970: Hendrix fu trovato riverso sul letto di una stanza del Samarkand Hotel di Londra, stroncato da una dose eccessiva di barbiturici. Da allora è stato un susseguirsi di omaggi alla sua memoria, ma anche di insinuazioni sulla sua morte, considerata "misteriosa" come un po' tutte quelle delle rockstar. Intorno al patrimonio di Hendrix si è scatenato un vespaio di beghe legali e di operazioni speculatrici. Come in vita, anche dopo la morte il grande chitarrista nero è stato manipolato da impresari senza scrupoli. Hendrix, infatti, fu uno degli artisti più spremuti dall'industria discografica, che continuò a pubblicare a getto continua ogni sua sorta di esecuzione. Come ad esempio l'imponente The Jimi Hendrix Experience, un box di hit e inediti assemblato dalla Hendrix Foundation (di fatto il padre di Jimi, Al).

Ma al di là del valore dei suoi dischi, il musicista americano segnò la storia del rock inventando un nuovo stile di suonare la chitarra, uno stile vulcanico, che ruppe con la tradizione e aprì nuove frontiere alla sperimentazione sugli strumenti musicali in genere.

Nato il 27 novembre 1942 a Seattle, da un incrocio fra indiani, neri e bianchi, James Marshall Hendrix comincia a suonare la chitarra a undici anni, poco dopo la morte della madre. A 16 abbandona gli studi e comincia a sbarcare il lunario suonando con complessi di rhythm and blues e di rock'n'roll. Dopo aver svolto il servizio militare come paracadutista, a 21 anni inizia una intensa attività da session-man. Diventa il chitarrista di Little Richard, Wilson Pickett, Tina Turner, King Curtis.

Nel 1965 al Greenwich Village forma il suo primo gruppo e firma un contratto e comincia a esibirsi con regolarità. Jimi è già padrone di una tecnica superiore, il blues scorre puro lungo le corde della sua chitarra, ma l'America rapita dal beat è tutta presa dai suoi giovani fenomeni bianchi. La fama del prodigioso chitarrista giunge però alle orecchie di Chas Chandler, ex-Animals, manager a New York in cerca di nuovi talenti. Chandler lo porta con sé a Londra, dove lo introduce nel colorato mondo del flower-power inglese, propiziando l'amicizia con Donovan.

Hendrix conquista l'Europa col blues elettrico, dilaniato e lancinante dei singoli "Hey Joe" e "Purple Haze", cui fanno seguito un paio di tour, nel corso dei quali l'entourage del chitarrista alimenta l'immagine di Hendrix personaggio mefistofelico, dedito alle più estreme esperienze di droga e sesso. Jimi sta al gioco infiammando le platee con un repertorio coreografico che è diventato parte inestricabile del suo mito: la sua Fender Stratocaster è, di volta in volta, la proiezione del suo membro, oppure compagna di torridi amplessi elettrici, suonata coi denti, i gomiti, gli abiti, strofinata contro l'asta del microfono o contro le casse alla ricerca del feedback più corrosivo.

Corre l'anno 1967. Dopo svariate e sfortunate avventure nel suo paese natale, Hendrix, sotto la guida di Chandler, vola verso il Regno Unito, dove gli vengono affiancati due musicisti: il bassista (di ripiego, in realtà il suo strumento è la chitarra) Noel Redding (di recente scomparso) e il batterista Mitch Mitchell. Nasce la Jimi Hendrix Experience, una delle band più importanti della storia del rock. E' proprio il 1967 l'anno del Festival di Monterey, dove un Hendrix semisconosciuto brucia e distrugge per la prima volta la sua chitarra, lasciando tutti allibiti, in primis gli altri chitarristi presenti al raduno (c'erano, fra i tanti, Pete Townshend ed Eric Clapton, considerati all'epoca i numeri uno).

Le canzoni di Are You Experienced? appaiono complete anche se ascoltate con chiavi di lettura diverse, dal lato più squisitamente tecnico a quello più prettamente artistico o d'ispirazione compositiva. Un album che ha avuto un'importanza storica come pochi altri, e ci ha lasciato una manciata di perle che oggi possono essere catalogate come classici del rock, "standard" per dirla col linguaggio del jazz.

Basti menzionare alcuni titoli (con una doverosa precisazione: alcuni di essi sono usciti come singoli, sempre nel 1967, ma riteniamo di considerarli un tutt'uno con l'album in esame, tanto più che essi sono compresi nelle attuali ristampe): "Hey Joe", ovvero come trasformare una banale cover in storia del rock, con quell'intro di chitarra sulla pentatonica di mi (anzi mi bemolle, visto che Hendrix suonava quasi sempre con la chitarra scordata di un semi tono, sia per poter adeguare le sue limitate capacità canore alle canzoni, sia per rendere la chitarra più maneggevole, soprattutto nell'esecuzione dei bending) che ha lasciato un segno indelebile.

"Purple Haze", che inizia con una frase scandita su un intervallo di quarta aumentata (considerato in epoca medioevale niente di meno che l'intervallo del diavolo), prosegue con uno dei riff più celebri di sempre, accompagnato da una batteria marziale ed esplode con un giro tipicamente blues ma arricchito armonicamente dagli accordi usati da Hendrix, che vanno al di là delle semplici settime minori, in particolare dall'accordo di settima minore con la terza diminuita, non a caso diventato celebre nel rock come l'accordo à-la Hendrix; "Stone free", un'altra lezione di grinta e potenza, non si riconosce ormai quasi più l'origine del rock and roll, né si intravede la via pop intrapresa da altri gruppi, Beatles su tutti; "Fire", un brano a mille all'ora, decisamente anticipatore di molti sviluppi della musica rock, con la batteria che quasi duetta con il giro iniziale di chitarra, è un'altra (è il caso di dirlo) pietra miliare.

Ma non sono solo fuoco e fiamme a caratterizzare questo album: "The Wind Cries Mary" è una dolcissima e malinconica ballata elettrica, come se ne vedranno molte in futuro; "May Be This Love" e, soprattutto, "Third Stone From The Sun", mettono in luce senza troppi complimenti la componente psichedelica di Hendrix (quest'ultima fa altresì intravedere una strizzata d'occhio al jazz), che, anche nei dischi successivi avrà una notevole influenza sull'arte di Jimi; "Red House", ovvero, come si suona il blues elettrico senza perdere il pathos tipico di questo genere.

E, ancora: "Manic Depression", con l'incipit su una scala cromatica inframezzata da una pausa (quasi la quiete prima della tempesta) e un tempo in 9/8, una sorta di valzer diabolico, presenta un assolo che lascia trasparire tutta la rabbia esplosiva di Hendrix, uno dei più devastanti dell'album; la celeberrima "Foxy Lady", con una struttura (anche armonica) fin troppo simile a "Purple Haze", uno dei brani più sopravvalutati di Hendrix, che si salva grazie a quel feedback iniziale, ormai entrato nelle orecchie di tutti; Are You Experienced? presenta un altro dei marchi di fabbrica di Hendrix, l'utilizzo della reverse guitar, tecnica di studio che sarà poi utilizzatissima in futuro e della quale il Nostro è stato uno dei primi e, comunque, uno dei migliori, sperimentatori.

Non ci sono brani di serie B o riempitivi in questo album, anche quelli finora non menzionati hanno qualcosa da dire, da "I Don't Live Today" a "Can You See Me", da "Highway Chile" a "Love Or Confusion" e "51st Anniversary", con l'unica eccezione di "Remember", uno dei brani minori dell'intero corpus hendrixiano. Ma non cambia la sostanza: Are You Experienced? è, come già detto, un album seminale, un disco che ha gettato le basi per buona parte del rock fino ai giorni nostri.

Festival di Monterey, 18 giugno 1967: al termine della sua estenuante esibizione (con una versione demoniaca di "Wild Thing"), dopo aver dato fuoco alla chitarra, Hendrix riceve l'ovazione del pubblico adorante. La sua Fender, simbolo fallico, idolo sacrificale, immolata sull'altare del palco al termine dei suoi concerti, con tanto di roghi e distruzioni selvagge, diventa la più potente icona del rock.

Dopo l'uscita di Axis Bold As Love, disco più morbido con tenere ballate come "Little Wing", "Bold As Love" e "Castles Made Of Sand", arriva il terzo album, il doppio Electric Ladyland, dove Hendrix approfondisce sua vena psichedelica e hard-rock, la stessa di "Purple Haze" e "Foxy Lady".

Il disco promette bene sin dalla copertina (censurata nella versione in cd): un insieme di foto, alcune delle quali riportavano dei seni nudi, e furono considerate pornografiche. Si comincia con un brano che cita la musica di Broadway, "And the Gods Made Love", per proseguire con un po’ di blues cantato in falsetto ("Have You Ever Been"); il terzo brano è un selvaggio e velocissimo rock’n’roll, "Crosstown Traffic", del quale durante il tour del disco Hendrix suonò una infernale versione di otto minuti, dopo il quale arriva uno dei grandi capolavori del disco, con il contributo del grande Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith) all’organo e Jack Casady (Jefferson Airplane) al basso: "Voodoo Chile", l’affascinante e famoso blues elettrico di quindici minuti, uno dei primi brani a superare la classica durata delle canzoni, preceduto da "In-A-Gadda-Da-Vida" degli Iron Butterfly.

Finito il lato A, il B comincia con "Little Miss Strange", composta e cantata dal bassista del gruppo, Noel Redding, alla quale segue un’altra canzone con un ospite: "Long Hot Summer Night", dove Al Kooper (Super Session) suona magistralmente il piano; all’inizio, Hendrix non era sicuro dell’ordine di questa canzone e di quella che la segue, "Come On (Let the Good Times Roll)", una cover di Earl King, che comincia con un’attacco inconfondibile a base di energia pura e si scatena in quattro frenetici assoli diversi, di cui uno dura oltre due minuti, nei quattro di durata della canzone (!). Con un ormai famoso attacco di batteria, arriva un altro dei tanti capolavori del disco: "Gypsy Eyes", dedicata alla madre del grande chitarrista, morta quando lui aveva solo undici anni; il lato B si chiude con una delle canzoni più psichedeliche di Hendrix (l’unica in questo disco, insieme a "1983"): "Burning Of the Midnight Lamp".

Il lato C si apre con un colpo di tosse e "Rainy Day, Dream Away", una canzone dal testo leggero ("Giorno piovoso, sogna tutto il giorno"), alla quale hanno contribuito Mike Finnigan all’organo, Freddie Smith e Larry Faucette ai congas, mentre il batterista è Buddy Miles, che lavorerà ancora con Hendrix in "Band Of Gypsies". La canzone ha una seconda parte in "Still Raining, Still Dreaming", sul lato D. Dopo "Rainy Day", Hendrix ci dà un’altra grande prova della sua abilità compositiva, con la canzone forse più bella di tutto il disco, "1983 (A Merman I Should Turn To Be)", uno psichedelicissimo blues (nel quale suona anche il flautista Chris Wood, un altro dei Traffic), che si allunga fino a diventare quasi impercettibilmente "Moon, Turn the Tides".

L’ultimo lato comprende le tre canzoni più celebri del disco; dopo "Still Raining, Still Dreaming", come già detto seconda parte di "Rainy Day", insieme agli stessi collaboratori, con un attacco al fulmicotone parte "House Burning Down", divenuta ormai celebre grazie al suo ritornello ("Look at the sky turn a hell fire red, somebody's house is burnin' down down, down down") e alla sua chiusura, con la chitarra di Hendrix a imitare il crollo della casa (un espediente timbrico che avrebbe poi usato a Woodstock per richiamare i bombardamenti in Vietnam durante la sua versione di "Star Spangled Banner"). Conclusasi questa, ecco un altro capolavoro: "All Along the Watchtower", la bellissima cover del pezzo di Bob Dylan, della quale esiste anche una versione (reperibile in South Saturn Delta) con Dave Mason dei Traffic al basso e Brian Jones dei Rolling Stones alle percussioni. Il disco si chiude con uno dei pezzi più potenti e ad effetto di tutto il repertorio hendrixiano, un’altra testimonianza della sua vena hard-rock, "Voodoo Chile (Slight Return)", con tre assoli intervallati da battute deliranti ("Mi ergo accanto a una montagna e la abbatto con il taglio della mano"), con un celeberrimo ritornello, "Cause I’m a Voodoo Chile, Lord knows I’m a Voodoo Chile". Nel progetto originale, l'album doveva comprendere anche "Tax Free", che venne comunque suonata durante il tour; anch’essa può essere rintracciata su "South Saturn Delta".

Insieme ai concerti al Fillmore East e a Woodstock, e al precedente Are You Experienced?, Electric Ladyland rappresenta l’apogeo della musica di Hendrix e un disco centrale nella storia del rock.

E' l'occasione anche per cogliere meglio il senso delle liriche di Hendrix, sempre inquiete ed equivoche, piene di riferimenti alla morte, alla religione, alla magia e al soprannaturale. "I miei testi nascono spesso dai sogni che faccio - aveva raccontato -. Ad esempio 'Purple Haze' è la ricostruzione di quando ho sognato di camminare sott'acqua". E le ballate blues mettono in luce tutta la compostezza del suo canto, che riesce ad essere insieme limpido e lancinante, calmo e sofferto, acido e caldo.

Già nel 1968, tuttavia, comincia il declino fisico, morale e artistico di Hendrix. L'Experience inizia a sfaldarsi. E lo stesso chitarrista sembra più dedito agli atteggiamenti provocatori che alla musica. In Svezia devasta una camera d'albergo e finisce in manette. L'anno dopo si separa da Chandler e viene arrestato altre due volte. Quindi si trasferisce a New York, dove frequenta le "Black Panther". Ma il palco è ancora il suo regno. Ad agosto, trionfa a Woodstock con una versione dissacrante e sfregiata dell'inno americano ("Star Spangled Banner"), mimando con la chitarra i bombardamenti del Vietnam.

La sua smania di libertà tracima in eccessi continui. "Sono gentile con le persone finché non cominciano a urlarmi intorno - racconta in un'intervista a Melody Maker -. Qualche volta vorrei mandare al diavolo il mondo, ma non è nella mia natura. Quello che odio è la società di oggi, con le sue relazioni di plastica e i suoi compartimenti stagni. Io rifiuto tutto questo. Nessuno mi ingabbierà mai in una scatola di plastica". Ma Jimi comincia a sentirsi stritolare dalla macchina del successo di cui lui stesso è stato un docile ingranaggio. E l'angoscia gli cresce dentro. Come scrive il critico Paolo Galori, l'ultimo Henrix è "un musicista solo e visionario, pronto a volare ancora più in alto, fino a bruciarsi le ali, distrutto dagli eccessi nel disperato tentativo di non replicare se stesso di fronte a chi gli chiede prove della sua divinità". E lui, il suo epitaffio, lo aveva già scritto: "La gente piange se qualcuno muore, ma la persona morta non sta piangendo. Quando morirò voglio che la gente suoni la mia musica, perda il controllo e faccia tutto ciò che vuole".

Dopo aver formato il primo complesso rock di soli neri, la Band of Gypsies, con Buddy Miles alla batteria e Billy Cox al basso, si esibisce nell'agosto 1970 all'Isola di Wight. Un mese dopo, lo ritrovano morto a Londra, vittima di un'overdose di barbiturici. "Prima o poi doveva succedere", commenterà laconico Chandler.

Gli afro-americani, che avevano già perso per morte violenta sia l'"apostolo" Martin Luther King, sia il leader del loro orgoglio Malcom X, perdono anche colui che aveva restituito la paternità nera al rock'n'roll. La morte di Hendrix, seguita 16 giorni dopo da quella di Janis Joplin e nove mesi dopo da quella di Jim Morrison, chiude un'era: quella dei raduni oceanici, della contestazione in musica, della psichedelia senza confini, del rock dell'utopia estrema. Addio sogni hippie, addio età dell'Acquario. I fiori acidi marciscono e si apre un'epoca di spettri, lutti e amarezze.

Gli anni 70 sono già alle porte, nuovi generi e nuove rockstar sono in arrivo, ma l'eco della chitarra distorta di Hendrix continuerà a risuonare in tutta la musica che da lì in poi ascolteremo.

Jimi Hendrix

Discografia

Are You Experienced?

(MCA, 1967)

9 Pietra miliare

Axis: Bold As Love (MCA, 1967)

6 Electric Ladyland

(MCA, 1968)

8 Pietra miliare

Band Of Gypsys (Capitol, 1970)

Consigliato

The Cry Of Love (Reprise, 1971)

Rainbow Bridge (Reprise, 1971)

Isle Of Wight (Polydor, 1971)

Experience (Bulldog, 1971)

More Experience (Bulldog, 1972)

In The West (1972)

War Heroes (Reprise, 1972)

The Film "Jimi Hendrix" (soundtrack, Reprise, 1973)

Loose Ends (Polydor, 1974)

Crash Landing (Reprise, 1975)

Midnight Lightning (Warner, 1975)

Nine To The Universe (Reprise, 1980)

Jimi Plays Monterey (Reprise, 1986)

Band Of Gypsys 2 (1986)

Live At Winterland (Rykodisc, 1987)

Radio One (Rykodisc, 1988)

The Peel Sessions (1988)

Live & Unreleased - The Radio Show (Castle, 1989)

Lifelines (1990)

Live Isle Of Wight (Polydor, 1991)

Stages (Reprise, 1991)

Woodstock (MCA, 1994)

South Saturn Delta (MCA, 1997)

First Rays Of The New Rising Sun (MCA, 1997)

The Best Of Jimi Hendrix (1997)

8 Consigliato

BBC Sessions (MCA, 1998)

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Live At Woodstock (MCA, 1999)

7 The Jimi Hendrix

 Experience (Brilliant, 2000)

Pietra miliare

mercoledì 12 novembre 2025

Il pifferaio magico, eco di una tragedia dimenticata

Il pifferaio magico, eco di una tragedia dimenticata

La leggenda dei bambini perduti potrebbe rievocare un’antica invasione di topi o l’emigrazione di tedeschi indigenti verso est

Isabel Hernandez 

Nel 1284 apparve a Hamelin, nella Bassa Sassonia, un uomo molto strano. Indossava un mantello variopinto […] e diceva che avrebbe liberato la città da topi e ratti in cambio di una certa somma di denaro».

Comincia così la leggenda del pifferaio magico. La fine è nota a tutti: gli abitanti del villaggio non gli pagarono la cifra concordata e il suonatore si ripresentò il 26 giugno, giorno di san Giovanni e san Paolo, questa volta con un aspetto spaventoso e con uno strano cappello rossastro in testa (le sembianze che in molte leggende medievali assume il diavolo). Al suono di una certa melodia portò via con sé tutte le bambine e i bambini del villaggio (130 in totale) e, dopo essere uscito con loro attraverso la porta orientale della città, scomparve all’interno di una grotta. Si salvarono solo in tre: un bimbo molto piccolo, che era tornato a prendere la giacca, e due ragazzi, uno cieco e uno muto, che erano rimasti indietro ma in seguito non sarebbero stati in grado di raccontare nulla di quanto visto o sentito. Quanto agli altri, secondo la tradizione orale, riapparvero dall’altra parte della grotta, in Transilvania

Realtà o finzione? Dietro il racconto che i fratelli Grimm resero famoso nel 1816 si nasconde qualche evento storico? O si tratta di una favola, frutto della tradizione popolare?

Le origini della leggenda risalgono al Medioevo. La prima raffigurazione dei bambini che lasciano Hamelin fu realizzata intorno al 1300 sulle vetrate della chiesa del mercato, distrutta nel XVII secolo. In questa immagine non ci sono ancora i ratti, ma solo un uomo con uno strumento musicale e un seguito di bambini.

Arrivano i topi

Fu solo nel 1559 che il conte svevo Froben von Zimmern menzionò per la prima volta, nella cronaca della sua famiglia, l’invasione dei roditori. Nel Medioevo eventi di questo tipo non erano rari. Anche se non si sapeva ancora che potevano trasmettere la peste, i topi rappresentavano una minaccia per il raccolto e pertanto era normale che vi fossero individui che si dedicavano a sterminarli.

Come per i boia e per gli addetti alle pulizie delle latrine, la natura della professione relegava chi la praticava ai margini della società. I cacciatori di topi erano figure necessarie con le quali, però, nessuno voleva condividere l’esistenza quotidiana. Per questo si spostavano di città in città, di villaggio in villaggio, senza godere di nessun diritto di cittadinanza.

Il sistema più efficace e comunemente usato per combattere i ratti era l’uso di trappole e veleni. La leggenda cita invece un metodo inusuale, che si rivelò però altrettanto efficace: il suono di un flauto. Questa combinazione di dati storici ed elementi leggendari ha portato gli storici a concludere che dietro la storia del pifferaio di Hamelin si nasconda un avvenimento storico che, a poco a poco, si è trasformato in favola fondendosi con altre leggende preesistenti.

La carestia del 1284

Nei registri comunali di Hamelin non c’è traccia del fatto che le autorità cittadine avessero ingaggiato qualcuno per sbarazzarsi dei topi. È invece documentato che nell’anno in questione la città fu effettivamente vittima di una terribile carestia provocata appunto dai roditori, che avevano distrutto il raccolto di cereali. Si sa anche che, proprio a causa della carestia, molti giovani dovettero emigrare dalla regione di Hamelin per partecipare alla colonizzazione dell’est, dove speravano di trovare migliori condizioni di vita.

A lanciare l’appello era stato Ladislao IV d’Ungheria (1262-1290), il cui vasto regno si estendeva dall’attuale Croazia fino ai Carpazi ed era caratterizzato da una densità di popolazione molto bassa. Desideroso di popolarlo, il sovrano promise ai tedeschi l’esenzione dal pagamento delle tasse e dal servizio militare.

La proposta veniva diffusa per i villaggi da un reclutatore a cavallo, vestito in abiti sgargianti, che radunava la gente in piazza al suono del suo fischietto. Molti dei contadini che abitavano lungo il fiume Wesser, sfruttati dai loro signori e trattati in alcuni casi come schiavi, trovarono l’offerta attraente.

La donna che vide tutto

Il XIII secolo fu uno dei momenti chiave nel processo di colonizzazione dell’est. Il pifferaio potrebbe quindi essere stato un reclutatore che attirava i giovani verso il sogno di una vita migliore. Questo fenomeno dovette implicare per Hamelin la perdita di un’intera generazione: la leggenda sarebbe nata per costruire una spiegazione di questo evento traumatico.

La Catena aurea, una raccolta di leggende degli inizi del XV secolo, contiene la più antica versione conosciuta di questa misteriosa fiaba. Proprio qui appare un dato che permette di collegare il racconto a una migrazione storica.

Il testo accenna infatti all’esistenza di una testimone degli avvenimenti: «E la madre del signor decano Lüde vide i bambini andare via». Secondo i registri notarili dell’archivio storico di Hamelin, la famiglia Lüde era una delle più attive nella vita economica della città, per cui è ben possibile che uno dei suoi membri presiedesse una corporazione e ricoprisse la carica di decano. Questo fatto darebbe allora un carattere di realtà a ciò che altrimenti parrebbe affondare le radici solo nel mondo della fantasia.

La storia del pifferaio ricostruita nel XVI secolo da Augustin von Moersperg basandosi sulle vetrate della chiesa del mercato di Hamelin

La storia del pifferaio ricostruita nel XVI secolo da Augustin von Moersperg basandosi sulle vetrate della chiesa del mercato di Hamelin

La storia del pifferaio ricostruita nel XVI secolo da Augustin von Moersperg basandosi sulle vetrate della chiesa del mercato di Hamelin

La pista transilvana

La teoria dell’emigrazione dei giovani sarebbe confermata anche da un altro elemento decisivo: il toponimo della regione di Siebenbürgen (“sette borghi”), nell’attuale Transilvania, così chiamata in tedesco perché composta da sette grandi nuclei urbani fondati da tedeschi. In questa zona compare il nome di Hamelspring (“la sorgente dell’Hamel”), anche se non c’è nessun fiume con questo nome. Ciò rimanderebbe all’usanza degli emigrati di chiamare i nuovi insediamenti con i toponimi dei loro luoghi di origine (in questo caso Hamelin).

La storia che conosciamo oggi è frutto del lavoro svolto nel XVII secolo dal gesuita Athanasius Kircher, che analizzò lo sfondo storico della leggenda. All’inizio del secolo successivo l’erudito Johann Gottfried Gregorii diffuse il racconto in ambito tedesco grazie ai suoi popolari libri di geografia, letti da Goethe e da altri autori romantici. Due di questi scrittori, ovvero Clemens Brentano e Achim von Arnim, che ammiravano il patrimonio rappresentato dalla poesia popolare, avrebbero incoraggiato i fratelli Grimm a metterne per iscritto una versione in prosa nella loro antologia di fiabe.