OLTRE IL CERVELLO
L’anima è immortale? Cosa dice davvero la fisica quantistica sulla coscienza dopo la morte
Una teoria scientifica di Roger Penrose e Stuart Hameroff ipotizza che processi quantistici nei microtubuli dei neuroni partecipino alla coscienza. Ma da qui a sostenere che l’anima sopravviva alla morte c’è un salto enorme. Eppure nuovi lavori pubblicati nel 2025 hanno riacceso un dibattito che sembrava destinato a restare ai margini...
Laura Avalle
22 Settembre 2026
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OLTRE IL CERVELLO
Immagine generata con AI
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“L’anima esiste ed è immortale: lo dimostra la fisica quantistica”. È una di quelle frasi costruite per essere cliccate. Da anni compare ciclicamente su siti, social e video e nel gennaio 2026 è tornata a circolare in Italia collegata ai nomi di Roger Penrose e Stuart Hameroff e persino alle esperienze di premorte. Il problema è che contiene contemporaneamente un pezzo di scienza vera e un’enorme conclusione che la scienza non ha mai dimostrato. Penrose e Hameroff esistono, naturalmente. La loro teoria esiste. È stata pubblicata su riviste scientifiche, discussa, contestata, modificata e continua ancora oggi ad avere sostenitori. Ma nessun esperimento ha dimostrato che “l’anima è immortale”. La storia reale è forse ancora più interessante.
Tutto comincia dentro minuscoli tubi dei nostri neuroni
Roger Penrose, matematico e fisico britannico, e Stuart Hameroff, medico anestesista e studioso della coscienza all’Università dell’Arizona, hanno sviluppato a partire dagli anni Novanta una teoria chiamata Orchestrated Objective Reduction, più conosciuta come Orch OR. L’idea di partenza è radicale. Secondo il modello, per spiegare completamente la coscienza non basterebbero le tradizionali comunicazioni elettriche e chimiche tra neuroni. Un ruolo fondamentale sarebbe svolto anche dai microtubuli, microscopiche strutture proteiche presenti all’interno delle cellule e fondamentali per la loro architettura e per numerose funzioni cellulari. Penrose e Hameroff propongono che nei microtubuli neuronali possano verificarsi processi quantistici coerenti e che particolari eventi quantistici contribuiscano a generare i singoli momenti dell’esperienza cosciente. È un’ipotesi estremamente ambiziosa. Ed è qui che, molti anni dopo, è nata l’“anima quantistica” dei titoli online.
Ma nello studio scientifico l’anima non c’è
Se si va alla pubblicazione più nota di Penrose e Hameroff, la differenza diventa evidente. Nella loro review del 2014 su Physics of Life Reviews gli autori sostengono che la coscienza potrebbe essere collegata a processi quantistici nei microtubuli e, attraverso la proposta di Penrose sulla riduzione dello stato quantistico, alla struttura fondamentale dello spazio-tempo. È già un’affermazione molto controversa. Ma non equivale a dimostrare che l’identità personale continui dopo la morte. E soprattutto “anima” non è una grandezza fisica che gli esperimenti di Orch OR abbiano misurato. Il passaggio da: “forse alcuni fenomeni quantistici partecipano alla coscienza” a “la coscienza lascia il corpo, ritorna nell’Universo ed è immortale” è precisamente il punto in cui una teoria scientifica diventa una speculazione filosofica.
E allora da dove arriva l’idea che qualcosa sopravviva?
Hameroff ha discusso pubblicamente anche la possibilità che l’informazione quantistica associata alla coscienza possa non andare semplicemente perduta quando l’organismo muore. Da queste riflessioni è nata la narrazione secondo cui, al momento della morte, l’“informazione quantistica” contenuta nei microtubuli si disperderebbe nell’Universo e, in caso di rianimazione, potrebbe ritornare nel cervello. Versioni di questa idea vengono utilizzate anche per interpretare le near-death experiences, le esperienze di premorte. Ma attenzione a una parola: ipotesi. Dire che in fisica l’informazione quantistica ha proprietà particolari non significa aver dimostrato che ricordi, personalità, coscienza individuale e identità di una persona continuino a esistere separatamente dal cervello. Sono affermazioni completamente differenti. Non abbiamo oggi un esperimento capace di prendere “l’informazione cosciente” di una persona morta, osservarla fuori dal cervello e dimostrare che continui a contenere quell’individuo.
Però nel 2025 qualcosa si è mosso
Ed è questo che rende la storia molto meno semplice di un normale fact-checking. La teoria Orch OR non è scomparsa. Nel 2025 il neuroscienziato Michael Wiest ha pubblicato su Neuroscience of Consciousness una review nella quale sostiene che alcuni risultati sperimentali recenti siano compatibili con un ruolo dei microtubuli nella coscienza quantistica. Tra gli elementi discussi ci sono effetti quantistici osservati nei microtubuli a temperatura ambiente, possibili interazioni con anestetici e risultati interpretati come compatibili con stati quantistici collettivi nel cervello. L’articolo, però, è esplicitamente una review: non contiene nuovi dati sperimentali propri. Sempre nel settembre 2025, Wiest e Arjan Singh Puniani hanno pubblicato un altro lavoro sul Computational and Structural Biotechnology Journal, sostenendo che Orch OR potrebbe spiegare alcuni cicli discreti della percezione cosciente. Anche in questo caso gli autori parlano di evidenze che, secondo la loro interpretazione, rafforzano la plausibilità del modello. È interessante. Ma nemmeno questi articoli dimostrano l’immortalità dell’anima. Al massimo riaprono una questione molto precedente: può la meccanica quantistica avere un ruolo importante nel funzionamento della coscienza?
Perché molti scienziati rimangono scettici
Orch OR è infatti una delle teorie della coscienza più discusse e controverse. Già nel 2009 un gruppo di ricercatori pubblicò su Physical Review E un’analisi con una conclusione molto dura: nella formulazione allora proposta, i microtubuli non sembravano possedere le proprietà biologiche necessarie per funzionare come il sistema quantistico immaginato dal modello. Nel 2014 gli stessi ricercatori criticarono anche la versione aggiornata della teoria, giudicandola non sufficientemente giustificata scientificamente. Il dibattito non è quindi tra chi “crede nell’anima” e chi non ci crede. È molto più tecnico. La domanda è se stati quantistici sufficientemente robusti possano realmente verificarsi nei microtubuli dei neuroni, durare abbastanza, influenzare l’attività cerebrale e avere soprattutto un ruolo causale nella coscienza. Dimostrare anche tutto questo sarebbe già rivoluzionario. Ma resterebbe ancora da dimostrare che la coscienza possa esistere quando quel cervello non funziona più.
E le esperienze di premorte?
È forse il punto più affascinante. Persone rianimate dopo un arresto cardiaco raccontano talvolta esperienze straordinariamente vivide: sensazione di separarsi dal corpo, luce intensa, incontri con persone morte, pace, percezione di trovarsi in un’altra realtà. Le near-death experiences sono un fenomeno reale come esperienza soggettiva e sono oggetto di ricerca scientifica. Una review del 2024 sugli arresti cardiaci ha trovato percentuali molto variabili, comprese tra circa il 6 e il 39% a seconda degli studi e dei metodi utilizzati.
Ma cosa le produce?
Qui il dibattito è ancora aperto. Una grande review pubblicata nel 2025 su Nature Reviews Neurology propone un modello nel quale diversi processi neurofisiologici e psicologici del cervello sottoposto a una minaccia estrema potrebbero combinarsi e generare l’esperienza di premorte. Nello stesso anno, un’altra review ha invece sostenuto che alcune caratteristiche delle NDE durante arresto cardiaco possano essere considerate compatibili con l’ipotesi di una coscienza non completamente dipendente dal cervello. È però un’interpretazione degli autori, non una dimostrazione sperimentale accettata come conclusiva dalla comunità scientifica. Insomma, perfino nella letteratura peer reviewed convivono letture molto differenti.
Quindi l’anima è immortale?
La risposta scientificamente corretta oggi è semplice: non lo sappiamo e la fisica quantistica non lo ha dimostrato. La scienza non dispone attualmente di una prova sperimentale dell’esistenza di un’anima separata dal corpo né della sua immortalità. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare tutto dicendo che Penrose e Hameroff siano stati inventati da qualche sito esoterico. La loro teoria della coscienza quantistica è una vera teoria scientifica, pubblicata e ancora discussa. È controversa. Ha ricevuto critiche molto pesanti. Negli ultimi anni sono comparsi nuovi lavori che cercano di rafforzarne alcune basi sperimentali. E soprattutto affronta una delle domande che, nonostante decenni di neuroscienze, rimane sorprendentemente difficile: come fa un insieme di cellule, molecole e impulsi elettrici a produrre la sensazione di essere “noi”? È questo il vero mistero.
Forse la domanda più grande non è cosa succede dopo
Potremmo quindi rovesciare completamente il titolo virale. Prima di chiedere alla fisica quantistica di dirci dove va la coscienza dopo la morte, dovremmo riuscire a spiegare con certezza da dove venga mentre siamo vivi. Sappiamo moltissimo sul cervello. Sappiamo quali reti si attivano durante numerosi processi cognitivi, possiamo modificare lo stato di coscienza con anestetici e lesioni cerebrali possono trasformare memoria, percezione e personalità. Ma il passaggio dall’attività fisica del cervello alla nostra esperienza soggettiva resta uno dei grandi problemi aperti della scienza. Ed è probabilmente questo che rende così irresistibile una frase come: “L’anima è immortale, lo dice la fisica quantistica”. Vorremmo che fosse già una risposta. Per ora, invece, è soprattutto una domanda. E una delle più grandi che abbiamo.
Fonti scientifiche: Hameroff S, Penrose R., Consciousness in the universe: A review of the ‘Orch OR’ theory, Physics of Life Reviews, 2014; McKemmish LK et al., Penrose-Hameroff orchestrated objective-reduction proposal for human consciousness is not biologically feasible, Physical Review E, 2009; Reimers JR et al., The revised Penrose-Hameroff orchestrated objective-reduction proposal for human consciousness is not scientifically justified, Physics of Life Reviews, 2014; Wiest MC, A quantum microtubule substrate of consciousness is experimentally supported…, Neuroscience of Consciousness, 2025; Wiest MC, Puniani AS, Conscious active inference II, Computational and Structural Biotechnology Journal, 2025; Martial C et al., A neuroscientific model of near-death experiences, Nature Reviews Neurology, 2025; Kovoor JG et al., Near-death experiences after cardiac arrest: a scoping review, 2024.
Roger Penrose , Stuart Hameroff , Orch OR , Orchestrated Objective Reduction , microtubuli , Università dell'Arizona , Italia , Physics of Life Reviews , Physical Review E , Neuroscience of Consciousness
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