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sabato 18 luglio 2026

Marco Aurelio e il potere della mente

Marco Aurelio e il potere della mente: «La felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri»

La felicità nasce anche da ciò che pensiamo. La lezione di Marco Aurelio ci mostra come la mente possa cambiare il modo in cui viviamo ogni giorno

Marco Aurelio e la felicità nasce anche dal modo in cui guardiamo la realtà

“La felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri” è una delle frasi più conosciute associate a Marco Aurelio. Il suo significato può sembrare immediato: pensieri positivi producono una vita felice. In realtà, il messaggio è più profondo. L’imperatore e filosofo stoico non invita a ignorare i problemi o a fingere che tutto vada bene. Suggerisce piuttosto che la nostra serenità dipenda anche dal modo in cui giudichiamo ciò che ci accade. La stessa situazione può apparire insopportabile oppure affrontabile a seconda delle parole, delle paure e delle interpretazioni con cui la riempiamo.

Non possiamo controllare tutto, ma possiamo scegliere come reagire

Nella vita incontriamo eventi che non dipendono da noi: una delusione, un errore, una perdita, il comportamento di un’altra persona o un cambiamento improvviso. Possiamo consumare energie cercando di controllare l’incontrollabile oppure concentrarci sulla parte che ci appartiene: la nostra risposta. È questo uno dei punti fondamentali dello stoicismo. Marco Aurelio ricorda a sé stesso di non lasciarsi travolgere dall’insieme delle difficoltà future, ma di osservare ciò che ha davanti e chiedersi quanto sia davvero impossibile da sopportare. Il pensiero, quindi, non cancella il dolore, ma può impedirgli di occupare ogni spazio della nostra vita.

I pensieri non sono sempre la realtà

Spesso soffriamo non soltanto per ciò che sta succedendo, ma per quello che immaginiamo possa accadere. Una frase non risposta diventa la prova che qualcuno non tiene più a noi. Un errore si trasforma nella convinzione di non essere capaci. Una giornata difficile sembra dimostrare che nulla cambierà mai. In questi momenti il pensiero smette di descrivere la realtà e inizia a deformarla. La frase di Marco Aurelio invita a riconoscere questa distanza. Non tutto ciò che pensiamo è vero, definitivo o utile. Imparare a osservare i propri pensieri significa chiedersi: sto guardando i fatti oppure sto alimentando una paura?

Cosa significa avere pensieri di qualità

La qualità di un pensiero non dipende dal fatto che sia allegro. Un pensiero di qualità può essere realistico, lucido e persino scomodo. Può dirci che abbiamo sbagliato, ma senza trasformare l’errore in una condanna personale. Può riconoscere una difficoltà senza convincerci che sarà eterna. Può accettare la tristezza senza farne l’unica verità possibile. Pensare bene significa scegliere interpretazioni che ci aiutino a comprendere, agire e andare avanti. Non vuol dire ripetersi che tutto andrà bene, ma ricordarsi che possiamo affrontare ciò che arriverà un passo alla volta.

Quando la mente diventa il luogo in cui viviamo

Trascorriamo gran parte della giornata dentro conversazioni interiori che nessun altro può sentire. Ci giudichiamo, anticipiamo problemi, ripensiamo a ciò che avremmo dovuto dire e immaginiamo il giudizio degli altri. Se questo dialogo è continuamente ostile, anche una vita apparentemente tranquilla può diventare pesante. Se invece impariamo a parlarci con maggiore equilibrio, possiamo attraversare le difficoltà senza aggiungere sofferenza inutile. La mente è il luogo in cui interpretiamo ogni esperienza: prendersi cura dei pensieri significa quindi prendersi cura dello spazio interiore in cui la nostra vita viene vissuta.

Come applicare la frase di Marco Aurelio ogni giorno

Mettere in pratica questo insegnamento non richiede di controllare ogni pensiero. Possiamo iniziare fermandoci davanti a quelli che tornano più spesso e domandarci se siano fatti o interpretazioni. Possiamo sostituire “non ce la farò mai” con “in questo momento non so ancora come farlo”, oppure “ho rovinato tutto” con “ho commesso un errore e ora posso capire cosa fare”. Piccoli cambiamenti nel linguaggio interiore non modificano magicamente la realtà, ma modificano la posizione da cui la affrontiamo. Ed è proprio qui che la frase di Marco Aurelio conserva tutta la sua forza: la felicità non dipende da una vita priva di problemi, ma dalla capacità di non lasciare che ogni problema governi la nostra mente.

Un richiamo alla responsabilità interiore

“La felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri” non è un invito alla positività forzata. È un richiamo alla responsabilità interiore. Non sempre possiamo scegliere gli eventi, le persone che incontriamo o le emozioni che proviamo, ma possiamo imparare a non credere automaticamente a ogni pensiero che attraversa la mente. La felicità, secondo questa prospettiva, non è uno stato perfetto e permanente. È una forma di equilibrio costruita ogni giorno, scegliendo con maggiore attenzione quali pensieri ascoltare, quali mettere in discussione e quali lasciare andare.




venerdì 17 luglio 2026

L'era del Nulla

Abbiamo più gente ignorante e inutile che gente rispettosa e utile e i figli peggio ancora.

L’ERA DEL NULLA: Benvenuti nel trionfo dell’inutilità.

Guardatevi intorno. Siamo circondati da una marea montante di ignoranza fiera di se stessa. Un esercito di persone inutili che non producono valore, non hanno rispetto e credono che tutto sia dovuto. La maleducazione è diventata un vanto, l’arroganza il nuovo quoziente intellettivo.

Ma la vera tragedia non siamo noi: sono i figli. Copie carbone peggiorate, cresciuti nel mito dell'apparenza e nel vuoto pneumatico dei valori. Una generazione di "piccoli imperatori" senza spina dorsale, nutriti a pane e diritti, ma totalmente ignari dei doveri. Se i genitori sono il deserto, i figli sono il vuoto assoluto.

Stiamo affogando in un mare di mediocrità, dove chi è utile e rispettoso viene deriso come fosse un relitto del passato. Complimenti a tutti: abbiamo costruito una società dove l’ignoranza non è più un limite, ma un requisito fondamentale.

Che baratro sia, allora. Almeno smettetela di chiamarlo "progresso".

The Doors ritorna il film 35 anni dopo

 


Jimbo contro Jim

‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison?

Il film di Oliver Stone torna per tre giorni nelle sale italiane e con esso tornano le domande che anche i membri del gruppo si facevano nel 1991: un biopic può essere infedele ai fatti, ma fedele al mito?

di: Luca Garrò


‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison?

Van Kilmer/Jim Morrison in ‘The Doors’


Foto: Lucky Red


Ci sono film che, con il passare degli anni, continuano a dividere esattamente come il giorno in cui sono usciti. The Doors di Oliver Stone appartiene a questa categoria. A 35 anni dalla prima distribuzione, il ritorno per tre giorni (oggi, martedì 14 e mercoledì 15 luglio) nelle sale italiane della versione restaurata in 4K offre l’occasione per rimettere al centro una domanda che accompagna il film dal 1991: quanto conta la fedeltà ai fatti quando si racconta un mito?


È una domanda inevitabile, perché pochi biopic musicali hanno suscitato reazioni altrettanto contrastanti, con il pubblico di allora che lo ha trasformato quasi subito in un cult e la critica oggi come ieri fortemente divisa. Nemmeno i Doors, quelli veri, sono mai riusciti a esprimere un giudizio unanime sulla pellicola. Ray Manzarek, per dire, lo detestava: «Oliver Stone ha assassinato Jim Morrison. Il film ritrae Jim come un folle violento e ubriacone. Quello non era Jim. Quando sono uscito dal cinema, ho pensato: “Chi era quel cretino?”. Jim non ha dato fuoco all’armadio di Pam. Non mi ha lanciato contro un televisore. Il suo film studentesco non conteneva immagini tratte da Il trionfo della volontà. Era tutto inventato di sana pianta. E Jim non ha mai abbandonato la scuola di cinema: si è laureato alla UCLA. Nel film, invece, appare solo come un edonista ubriacone. La tragedia è che la fama lo ha consumato. Ma non era questo il messaggio di Jim. Era intelligente. Era affettuoso. Era un uomo buono che credeva nella libertà e nel mettere in discussione l’autorità. Ma guardando questo film, non lo si direbbe mai».


Secondo il tastierista, il regista aveva ridotto Jim Morrison a una caricatura, trasformandolo in un ubriacone autodistruttivo incapace di andare oltre l’alcol, le droghe e gli eccessi. Una lettura che, a suo giudizio, finiva inevitabilmente per impoverire anche tutto ciò che Morrison era stato come poeta, autore e cantante. Per onestà intellettuale va comunque detto che Manzarek aveva il dente avvelenato, perché Stone aveva deciso di utilizzare il memoir di John Densmore invece del suo come spunto per la sceneggiatura, quindi parte del suo astio era dovuto a questioni di ego.

Manzarek aveva ragione, ma soltanto in parte. Perché Morrison aveva davvero un rapporto devastante con l’alcol e con le sostanze e negarlo o edulcorarlo oggi (come nel 1991) avrebbe poco senso. Il punto, piuttosto, è un altro: Stone sceglie deliberatamente di raccontare quella parte della sua personalità come se fosse la chiave attraverso cui interpretare tutto il resto. Il risultato è un Jim quasi sempre sopra le righe, magnetico, autodistruttivo e, va da sé, decisamente sciamanico, destinato però a divorare chiunque gli stia intorno. Più Jimbo che Jim, per semplificare. Una cosa decisamente lontana dal concetto di biografia autorizzata, ma di certo figlia di chi quella rivoluzione l’aveva vista con i propri occhi. John Densmore, con cui ho avuto occasione di parlare più volte nel corso degli anni, ha sempre mostrato molta più apertura nei confronti del lavoro di Stone e il suo cameo nel film lo conferma, mentre Robby Krieger proponeva la sintesi più equilibrata dell’intera vicenda: è un grande film musicale, la prima parte e le scene dei concerti sono eccezionali, ma non racconta davvero quello che è successo.


The Doors è l’opposto di Bohemian Rhapsody. Presentato come un film su Freddie Mercury, ha finito inevitabilmente per diventare il racconto della storia dei Queen. The Doors utilizza la band come scenario dentro cui mettere in scena la figura di Jim Morrison, che occupa ogni centimetro dello schermo. Gli altri esistono, naturalmente, ma restano satelliti che girano attorno a quel sole. È una cosa francamente inevitabile. Del resto, Oliver Stone e Morrison condividevano molto più di quanto possa sembrare. Entrambi avevano frequentato scuole di cinema e, prima ancora di diventare una rockstar, Morrison sognava di dirigere film, sperimentare con le immagini, costruire un linguaggio visivo personale. Va anche detto che, al di là di una marcata visionarietà, i lavori di Morrison erano montati così male e spesso erano talmente astrusi persino per la fine degli anni ’60 che vennero eliminati poco dopo la loro prima e unica proiezione. Rimane tuttavia poetico che il grande film sulla sua vita sia arrivato vent’anni esatti dopo la sua morte, realizzato da un regista cresciuto nello stesso periodo storico in cui Jim aveva immaginato il proprio futuro dietro una macchina da presa.

C’è un punto che praticamente nessuno ha mai messo in discussione ed è l’aspetto più importante di tutti: The Doors resta un film musicale straordinario. Stone gira le esibizioni dal vivo con una potenza che ancora oggi lascia impressionati. Non cerca di imitare i concerti, cosa molto in voga nei biopic attuali, ma costruisce un’esperienza quasi allucinata nella quale musica e immagini finiscono per alimentarsi a vicenda. È probabilmente il film che meglio ha saputo restituire il carattere rituale dei concerti dell’epoca, quel continuo oscillare fra rock, teatro, poesia e provocazione.


Aderente o meno alla realtà, riesce a farci provare la sensazione di pericolo e sballo dionisiaco che raccontano tutti quelli che ne sono stati testimoni. Gran parte del merito è naturalmente di Val Kilmer. Ridurre la sua interpretazione a una semplice imitazione sarebbe quasi offensivo. Kilmer è entrato talmente tanto nella parte da ammettere di aver avuto grosse difficoltà ad abbandonarla una volta terminate le riprese, oltre ad essersi pagato di tasca propria settimane di lezioni per imparare a riprodurre il timbro di Morrison in ogni fase della sua carriera. Ha studiato per mesi ogni registrazione disponibile, ha imparato il repertorio della band fino a cantarlo personalmente durante la preparazione, è arrivato a confondere persino alcuni collaboratori storici dei Doors, incapaci in alcuni casi di distinguere la sua voce da quella originale. Lo stesso Krieger ha ammesso di essersi quasi vergognato quando in un paio di occasioni non è stato in grado di dire se a cantare fosse Kilmer o Morrison.

Ancora oggi la sua rimane una delle interpretazioni più impressionanti mai offerte da un attore in un biopic musicale, tanto da rendere quasi impossibile immaginare qualcun altro in quel ruolo. Certo, i dialoghi talvolta rasentano il ridicolo (difficile immaginare che Jim e Pam parlassero solo attraverso citazioni letterarie coltissime), tutti sembrano sempre più fatti di quello che effettivamente erano e di certo The Doors non ha mai avuto alcuna chance di diventare un film per famiglie come è oggi Michael. Non è tra i migliori film di Stone, ma la scelta di non raccontare in modo lineare quell’avventura, ma di narrarla nel modo in cui il cinema può raccontare un mito, resta coraggiosa e anticonformista.


Stone deforma, amplifica e sceglie alcuni dettagli sacrificandone altri. Fa più o meno ciò che aveva fatto Coppola con Apocalypse Now, trasformando il Vietnam in un viaggio dentro la follia più che in una ricostruzione storica. I due film hanno persino condiviso un destino curioso: entrambi hanno contribuito in maniera decisiva a riportare i Doors nell’immaginario collettivo. Quando nel 1979 Coppola ha scelto The End per aprire il suo viaggio nell’orrore, una nuova generazione ha scoperto improvvisamente quella musica. Dodici anni più tardi Oliver Stone ha completato il lavoro, consegnando Morrison allo status definitivo di icona cinematografica. Senza quei due film è difficile immaginare che i Doors avrebbero mantenuto un’aura così potente anche fra chi non era ancora nato quando la band si è sciolta.


Oggi la situazione, per certi versi, sembra ricordare quella di allora: i Doors continuano ad essere uno dei gruppi più importanti della storia del rock, ma sono molto meno presenti nel dibattito musicale rispetto a qualche decennio fa. La speranza è che questo ritorno in sala serva a replicare quel miracolo e non solo a riaprire l’eterna discussione su quanto Oliver Stone ha tradito la realtà e l’eredità della band e del suo leader.

mercoledì 15 luglio 2026

ESASPERAZIONE

                              Esasperazione 


Se un cittadino esasperato si fa giustizia da solo contro chi lo importuna, ecco che parte lo sdegno, la condanna, gli appelli alla civiltà da parte dei media.


Cosa accade se quel cittadino, prima di perdere la pazienza, chiama le forze dell'ordine? Lo sappiamo tutti, un verbale, una segnalazione, un nulla di fatto. E poi? Il magistrato che dovrebbe dare seguito a quella segnalazione che fa? Archivia, rinvia, lascia correre. 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, nelle nostre città abbiamo individui senza fissa dimora né alcun controllo che occupano spazi pubblici come territorio di conquista, mentre lo Stato guarda altrove.


Il cittadino esasperato che reagisce in modo scomposto non è una notizia di cui discutere per giorni. Non è suo compito farsi giustizia da solo? Va bene, ma la domanda a cui dare risalto è questa: come mai il sistema continua a produrre le condizioni per cui quella reazione diventa inevitabile? Come mai si continuano a far arrivare persone senza alcuna prospettiva di inserimento, senza controlli, senza un percorso, destinate solo ad aggiungersi a chi già vive ai margini fuori da ogni regola. Chi decide questo?


Non è il cittadino esasperato il sintomo della malattia. Egli è l'ultimo effetto di una catena di responsabilità che nessuno, ai piani alti, ha intenzione di assumersi.


venerdì 10 luglio 2026

11 frasi di Mark Twain capaci di scuotere le nostre coscienze

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Frasi

11 frasi di Mark Twain capaci di scuotere le nostre coscienze

Salvatore Galeone

6 Luglio 2026

L’eredità di Mark Twain attraverso i suoi aforismi più celebri: un viaggio ironico e profondo che ci insegna il pensiero critico e l’arte di vivere con disincanto.


11 frasi di Mark Twain capaci di scuotere le nostre coscienze

Samuel Langhorne Clemens, universalmente noto con lo pseudonimo di Mark Twain, è considerato all’unanimità uno dei padri fondatori della letteratura americana, creatore di personaggi indimenticabili come Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Ma Twain è anche un acuto osservatore della natura umana: la sua produzione letteraria e la sua intera esistenza sono state caratterizzate da un umorismo intelligente, da un innato gusto per l’avventura e, soprattutto, da una spiccata e affilata critica sociale.


A distanza di più di un secolo dalla sua scomparsa, la sua voce risuona più attuale che mai attraverso i suoi celebri pensieri. Ripercorrere i suoi aforismi più importanti significa immergersi in una filosofia di vita che demistifica le ipocrisie del mondo moderno con il sorriso sulle labbra.


Le frasi di Mark Twain sull’importanza del pensiero critico e del coraggio

In questo spazio abbiamo raccolto i pensieri e le citazioni più iconiche dell’autore, frasi famose che spaziano dalla satira sociale alla riflessione intima, senza interruzioni o filtri.


1. Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.


2. Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso.


3. La Verità è più strana della Fantasia perché la Fantasia è costretta ad attenersi al probabile, la Verità invece no.


4. La verità è la cosa più preziosa che possediamo, per questo motivo dovremo farne economia.


5. Ci sono simpatiche le persone che dicono francamente quello che pensano, a condizione che pensino lo stesso di noi.


6. Il letto è il posto più pericoloso del mondo: vi muore l’80% della gente.


7. La cosa più facile che io abbia mai fatto in vita mia è smettere di fumare: dovrei ben saperlo, perché l’ho fatto un migliaio di volte.


8. Che cosa sarebbe l’umanità, signore, senza la donna? Sarebbe scarsa, signore, terribilmente scarsa.


9. Il sapone e l’istruzione non hanno effetti rapidi come un massacro, ma a lungo andare sono più micidiali.


10. Il coraggio è resistenza alla paura e dominio della paura, ma non assenza di paura.


11. Fai ogni giorno qualcosa che non ti piace: questa è la regola d’oro per abituarti a fare il tuo dovere senza fatica.


Cosa ci insegnano queste frasi

Questi aforismi rappresentano una vera e propria scuola di disincanto, analisi sociale e lucidità intellettuale.


In primo luogo, Twain ci insegna l’importanza fondamentale del pensiero critico applicato all’informazione. In un’epoca dominata dal flusso continuo e incontrollato di notizie, le sue riflessioni sulla facilità con cui la menzogna si propaga rispetto alla verità appaiono quasi profetiche. Ci esorta a non essere spettatori passivi della realtà, invitandoci a dubitare, a verificare e a decostruire i messaggi che riceviamo quotidianamente, smascherando le manipolazioni della verità.


In secondo luogo, l’autore traccia una profonda analisi psicologica dei comportamenti umani, offrendoci una lezione sulla gestione delle nostre fragilità e dei nostri doveri. Ridefinendo il coraggio non come la mancanza di paura, ma come la capacità di dominarla, Twain normalizza i limiti umani e ci restituisce una responsabilità attiva di fronte alle difficoltà. Allo stesso modo, l’invito a compiere un piccolo dovere spiacevole ogni giorno si trasforma in un inno alla costanza, un rimedio pragmatico contro la procrastinazione e la pigrizia dello spirito.


Infine, l’insegnamento più grande di Twain risiede nell’uso terapeutico dell’ironia come strumento di libertà. Ridere dei propri vizi (come il fumo), del bisogno di approvazione sociale o persino della paura della morte non significa sminuire la complessità della vita, ma ridimensionarla per non lasciarsene schiacciare. Twain ci insegna a guardare lo specchio della realtà senza sconti e senza ipocrisie, mostrandoci che il sorriso arguto e il disincanto sono le uniche vere armi a nostra disposizione per restare lucidi, liberi e profondamente umani.


 


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giovedì 9 luglio 2026

Rettiliani e Illuminati:"linee di sangue e orrori

GLI ORRORI DELLE LINEE DI SANGUE DEI DRACO E DEGLI ILLUMINATI:

I Draco-Rettiliani sono una razza aggressiva di extraterrestri umanoidi-rettiliani intelligenti, intenti a dominare altre razze e pianeti.

Hanno cercato nella nostra Galassia altre razze rettiliane e insettoidi da poter colonizzare e assimilare nel loro vasto impero interstellare, e hanno compiuto esperimenti genetici sulle razze umane native per influenzarne l'evoluzione.

La loro base principale si trova in Alpha Draconis, ma la maggior parte di loro risiede a Rigel, nella Costellazione di Orione.

Sono estremamente razzisti nei confronti delle forme di vita non rettiliane e insettoidi, provano un forte odio per i mammiferi e vogliono eradicargli.

Questo impero di razze extraterrestri malevole viene spesso definito dai contattati ET come "Il Gruppo di Orione".

Il materiale della Legge dell'Uno si riferisce a loro come alla "Confederazione di Orione" e ai "Crociati di Orione".

I Draco-Rettiliani hanno anche un'alleanza con entità demoniache della quarta densità inferiore.

I Draco sono arrivati qui circa 375.000 anni fa e hanno iniziato a manipolare il DNA degli umani sulla Terra per utilizzarli come razza di schiavi.

Circa 200.000 anni fa, i Draco condussero esperimenti genetici per accorciare i nostri telomeri, riducendo così la nostra aspettativa di vita, amplificando le nostre risposte emotive, l'aggressività, il bisogno perpetuo di fare la guerra e aumentando i nostri impulsi riproduttivi al fine di manipolarci e controllarci come specie di schiavi.

Le famiglie delle linee di sangue della Cabala / degli Illuminati sono state controllate e manipolate dai Draco-Rettiliani fin dai tempi dell'Antica Babilonia e dell'Egitto.

Oltre 5.000 anni fa, i Draco-Rettiliani contattarono telepaticamente i membri di alto rango del sacerdozio babilonese ed egizio che mostravano segni di psicopatia, e li aiutarono a organizzarsi in una casta d'élite coesa insieme ad altre élite psicopatiche simili in tutto il pianeta.

Queste élite venivano istruite a generare la maggior quantità possibile di "Loosh".

Nei circoli metafisici, il "Loosh" è descritto come il rilascio energetico di emozioni umane intense (come paura o trauma), di cui queste entità si nutrirebbero per sostenere la propria presenza nella realtà fisica.

In cambio, i Draco avrebbero fornito conoscenze esoteriche utilizzate per mantenere il controllo sulle popolazioni umane attraverso strutture gerarchiche e sistemi di credenze.

Oggi, secondo queste teorie, la Cabala utilizzerebbe complessi sistemi finanziari e istituzioni globali per influenzare le condizioni socio-economiche mondiali, mantenendo gran parte dell'umanità in uno stato di difficoltà mentre l'élite conserva il potere.

Il racconto suggerisce che la felicità e la positività collettiva siano il più grande punto debole di questa agenda; se l'umanità raggiungesse uno stato di armonia, l'influenza di queste entità svanirebbe.

Queste narrazioni descrivono i Draco come esseri attualmente indeboliti e confinati all'interno del sistema solare, in attesa di un'imminente sconfitta da parte di forze alleate benevole.

L'intervento superiore avrebbe messo queste fazioni in una posizione di vulnerabilità, preludio a una rivelazione pubblica per tutta l'umanità.

Vengono descritti come attori che hanno ormai perso il loro vantaggio storico.

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Per approfondire le origini storiche o letterarie di questi concetti nella cultura ufologica e metafisica, è possibile concentrarsi sulla storia dei miti ufologici, sui testi della "Legge dell'Uno", o sulla letteratura dedicata alle teorie cospir

ative extraterrestri.


martedì 7 luglio 2026

Ricordate cosa disse Krusciov 60 anni fa...?


"I figli dei vostri figli vivranno sotto il comunismo.


Voi americani siete molto ingenui... No, non accetterete il comunismo apertamente, ma continueremo a somministrarvi piccole dosi di socialismo, finché non vi sveglierete e scoprirete di essere già sotto il comunismo.

Non dovremo combattervi!

Indeboliremo la vostra economia a tal punto, che cadrete come frutti troppo maturi nelle nostre mani.

La democrazia cesserà di esistere quando toglierete a chi è disposto a lavorare, per dare a chi non lo è".

Era il 29 settembre 1959 quando Nikita Krusciov pronunciò la sua profezia per l'America alle Nazioni Unite.

Ricordate le immagini televisive di lui che batteva la scarpa sul podio? 

A quel tempo, la sola parola "comunismo", incuteva timore in tutta la nazione.

Ricordate questo: il socialismo porta al comunismo.

Come si crea uno Stato socialista?

Esistono otto livelli di controllo:

1) Sanità - Controlla la sanità, e controllerai la popolazione.

2) Povertà - Aumenta il livello di povertà il più possibile..I poveri sono più facili da controllare,e non si ribelleranno se gli viene fornito tutto il necessario.

3) Debito - Aumenta il debito a livelli insostenibili.. In questo modo potrai aumentare le tasse, generando ulteriore povertà.

5) Assistenza sociale - Assumi il controllo di ogni aspetto della vita dei cittadini (cibo, alloggio, reddito) perché li renderai completamente dipendenti dal governo.

6) Istruzione - Controlla ciò che le persone leggono, ascoltano e ciò che i bambini imparano a scuola.

7) Religione - Elimina la fede in Dio dal governo e dalle scuole, perché la popolazione deve credere che SOLO il governo sappia cosa sia meglio per loro.

8) Lotta di classe - Dividi la popolazione in ricchi e poveri.. Elimina la classe media.

Questo causerà maggiore malcontento, e sarà più facile tassare i ricchi con il sostegno dei poveri.


ECCO CI SIAMO!