Insistiamo su un punto, a costo di essere ridondanti.
Dunque, negli ultimi anni si può notare un meccanismo che si ripete con precisione meccanica: scoppia un conflitto, si muove una flotta, si chiude uno stretto e immediatamente, a migliaia di chilometri di distanza, qualcuno inizia a fare scorte di pasta e olio, qualcun altro apre un canale Telegram per "informare", altri ancora si convincono di essere agli sgoccioli della propria esistenza.
Negli ultimi giorni si parla di attacchi vicino allo Stretto di Ormuz. Una zona caldissima, certamente, è lì che passa una quota significativa del petrolio mondiale. Ma da pericolosa "zona di tensione geopolitica" a "dobbiamo fare scorte di cibo perché tra poco moriremo tutti" c'è un abisso. Eppure il salto avviene.
Quando si sta tutto il giorno attaccati a notizie che provengono da zone di crisi del mondo, notizie frammentate, spesso non verificate, amplificate dall'algoritmo, accade che il sistema nervoso si attiva. Reagisce. Entra in allerta.
Un'allerta cronica che porta all'ansia, alla paranoia, alla necessità compulsiva di "fare qualcosa", anche solo comprare venti chili di riso.
Il paradosso è che queste stesse persone diventano poi fonti di informazione per altri. Aprono profili, accumulano "follower", amplificano il panico. Il ciclo si chiude su se stesso.
Questa "informazione" veloce, frenetica, non produce affatto cittadini più consapevoli. Produce persone reattive, facilmente manovrabili, convinte di essere sveglie.
Le analisi reali poi vengono sempre bucate. Sistematicamente.